di Cristian Fiorentino

In una chiesa di Sant’Antonio emozionata, gremita e commossa, e dopo tredici anni di servizio pastorale presso S. Antonio prima e Santa Maria Maggiore poi, si è vissuta l’ultima Celebrazione Eucaristica del parroco Don G. Federico.

Saluto di congedo avvenuto, quasi come un segno dall’Alto, proprio nel giorno di San Matteo, l’apostolo che Gesù lo invitò a seguirlo e lui senza indugio lo accompagnò come apostolo. Diversi i momenti che hanno contraddistinto la funzione di commiato, ad iniziare dal ricordo tenuto dalla catechista Signora Rosaria Iudicissa che ha evidenziato l’excursus storico dai primi istanti ad oggi del sacerdote. Periodo temporale costituito dai dubbi iniziali passando per la creazione di una collettività in gruppi congiunti per finire alla crescita.

Crescita comunitaria sfociata in termini fruttuosi che ha attraversato più fasi, eventi, gioie e dolori scaturite, a nome di tutti parrocchiani, nei ringraziamenti più accorati e in un fervido e buon cammino futuro al caro Don Gaetano. Evidenziate anche le iniziali titubanze nei confronti della persona e del parroco, superate nel tempo dalla fattiva e fervida realtà costituita. La stessa signora Rosaria Iudicissa ha sintetizzato in coda il discorso in una poesia in dialetto coriglianese che bene ha reso il senso di questi tredici anni tra Don G. Federico e le proprie comunità parrocchiali.  Altrettante peculiare è stata l’omelia di ringraziamento del pastore ai propri fedeli, per l’occasione scritta non a bracciocome di abitudine: «Carissimi fratelli e sorelle, questa è una sera solenne e non voglio dimenticare nulla di quanto mi sono proposto di dirvi. Per comunicarvi i miei pensieri in questa festa di S. Matteo apostolo mi servirò di alcuni verbi declinati all’infinito ad iniziare da Arrivare: come quel 3 settembre 2010, arrivato a Corigliano da un’esperienza ricca, dopo dieci anni di ministero intenso a Rossano, in una parrocchia nata con me come S. Teresa di Gesù Bambino, quando avevo 28 anni. Creai un cantiere e nacquero tante entità utili e necessarie ma dieci anni dopo, arrivai a Corigliano un po' smarrito, sapendo ciò che avevo lasciato e soffrendone molto.

Fu la mia prima potatura. Seguire: è il verbo di stasera, che abbiamo ascoltato nel Vangelo, coniugato all’imperativo, “Seguimi”. Ed è proprio questo imperativo che non mi hai mai impedito di essere obbediente a Dio, attraverso il Vescovo. S. Matteo, subito, lasciato il banco delle imposte lo seguì. Ed io quell’invito di Gesù non l’ho lasciato cadere nel vuoto. Mi è costato e molto, ve lo assicuro. Sempre quel 3 settembre 2010, dopo che andarono via i fedeli di S. Teresa, mi sentii già orfano di famiglia. Ancora non avevo assaporato la famiglia che mi apprestavo a guidare. Fu una sensazione molto spiacevole, ma che mi fece molto bene. Passarono quei giorni di settembre e la parrocchia S. Antonio cominciò a ripopolarsi e iniziò una nuova avventura. Conoscere: Non dimentico i primi incontri con gli operatori pastorali nel nostro salone. La curiosità di molti di voi di sapere quest’altro prete rossanese. Un po’ di reciproca diffidenza e poi pian piano il ghiaccio si sciolse. Ricordo che vi regalai quello che allora rappresentava il mio primo libro: “Il racconto di una storia” e il commento di qualcuno di voi che il libro in breve tempo fu: “avete sofferto molto il distacco dalla vostra prima parrocchia”, ed io non potevo che confermare. Conoscere corrispose ai rapporti personali con i più stretti collaboratori.

La dimensione della mensa, inoltre, fu uno degli approcci più diretti. Ricordo come nei primi mesi da ottobre 2010 fino al febbraio successivo ci fu un’autentica invasione di migranti a Corigliano, con punte che alla mensa arrivavano a quasi 200 persone. I turni, tre, a volte quattro a sera che si facevano per far mangiare tutti. Mi corre l’obbligo oggi di ricordare il caro Tonino Fusaro, che si spendeva anima e corpo per la mensa e la Caritas. Esperienze indimenticabili e disponibilità dei volontari, fino all’ultima energia. Incontrare: questo verbo lo accosto alle tante visite e benedizioni delle famiglie, fatte negli anni. Incontrare ogni persona, entrare nel vissuto di ciascuno, aiutare laddove era possibile. Ho incontrato non solo i credenti, ma anche i non credenti e vi assicuro, è stato molto arricchente per me. Consolare. I tanti anziani incontrati nei primi venerdì del mese, ricevere da loro testimonianza di fede e di sopportazione dei tanti malanni, non solo fisici, ma anche morali. Da loro ho imparato la fedeltà al Signore. E questa sera ricordo zia Antonietta Lupinacci. E ancora la visita alla casa di riposo di “San Pio” qualche giorno fa dei tanti anziani, fra i quali di zia Raffaella De Pasquale mi ha molto consolato. Ella rappresenta l’ultima vecchia generazione di fedeli dediti al tempio. 

Benedire: i tanti matrimoni, gioie autentiche, ma anche i tanti funerali e qui rientriamo nel verbo “consolare”. La pastorale della sofferenza come segno di vicinanza con chi è nel dolore. Il parroco è questo: gioisce con chi vive momenti di gioia e piange con chi è nella fatica e nel dolore. Perdonare: il ministero della Riconciliazione è un grande dono che il Signore ha fatto alla sua Chiesa e noi preti troppo poco lo pratichiamo e poco parliamo dell’infinita Misericordia del Signore. In questo ministero, soprattutto nei tempi forti, Natale e Pasqua, come anche nelle feste di Sant’Antonio e della Madonna del Carmine, ho trovato il senso del sacerdozio, che, come diceva don Tonino Bello nel libro “La stola e il grembiule”, trova vero significato nell’asciugare le lacrime di chi ha bisogno del perdono di Dio. E a tal proposito anche un parroco ha qualcosa di cui farsi perdonare, anche se so di essermi sforzato ogni giorno di cercare di non offendere nessuno, ma se ciò fosse capitato, chiedo perdono a chi per un motivo o per un altro può essersi sentito offeso. Denunciare: un sacerdote non deve semplicemente annunciare, ma deve anche denunciare, come ad esempio il malaffare. Quante volte mi è capitato in occasioni dove era presente tanta gente di farlo. Denunciare le ingiustizie e le omissioni. Una società che lascia indietro gli altri promuovendo alcuni non è una società giusta ed io che sono testimone della fusione, poiché sono arrivato quando ancora Corigliano era comune a sé e ho assistito nel 2019 all’evento della fusione, cogliendo in numerosi cittadini una speranza per tanti, soprattutto per le giovani generazioni. Non sono mai arrossito dinanzi alle autorità costituite nel gridare l’abbandono del centro storico. Penso ai vari messaggi alla comunità, all’annuale appuntamento dell’omaggio floreale alla Madonna Immacolata, con la presenza del sindaco quasi tutti gli anni, alla processione del Corpus Domini a livello di centro storico. Soffrire: abbiamo sofferto insieme nel tempo di pandemia. Non posso dimenticare che il mio servizio a S. Maria Maggiore è iniziato un giorno prima che venissimo tutti chiusi nel cosiddetto Lockdown (7 marzo 2020) e di come ci siamo destreggiati per non rimanere soli. Le S. Messe trasmesse attraverso facebook, come anche gli incontri biblici, le registrazioni dei video su youtube per i bambini del catechismo e tanto altro. L’anno 2020 per me è stato drammatico anche per il peggiorare della salute e poi della morte di mio padre. Soffrire per morire a sé stessi e risorgere insieme. 

Promuovere: un verbo che mi piace. Sin da subito ho spostato la mia residenza a Corigliano, abitandoci tutti i giorni, per come la Chiesa comanda di fare ai parroci. Questo mi ha dato l’occasione di amare e sentire mia la città. Di entrare in tutti gli ambiti. Ricordo di essere intervenuto un anno al consiglio comunale, quando necessitava una parola calma e pacata, dopo gli eventi un po' burrascosi della festa di San Francesco di Paola. Il rapporto sincero con tutti i sacerdoti della Vicaria, aiutato anche dal fatto di essere stato vicario per 11 anni. Rapporto che si è espanso con il laicato dell’intero territorio per le tante iniziative vissute insieme. Come non ricordare il pellegrinaggio della Vicaria di Corigliano nella chiesa Cattedrale e tanti altri eventi vissuti insieme, tra cui l’ultimo la mostra internazionale dei Miracoli eucaristici del beato Acutis. E ancora Promuovere la fraternità: la presenza di Don Giuseppe dal 2019 e di Don Vincenzo dal 2022 hanno arricchito la mia vita e quella delle nostre comunità. Promuovere è significato anche abbracciare un’altra dolce fatica, le consorelle e i confratelli della Congrega di Maria dei sette dolori, e vivere insieme le catechesi e i riti della Settimana Santa. Rinunciare: è un verbo, difficile, ma che più fa maturare. Fa maturare il presbitero, come anche i fedeli. Rinunciare solitamente avviene in tempo di Quaresima, quando si fanno propositi di rinuncia per fortificare la propria volontà, poi ci sono le rinunce imposte, che vengono dall’alto o da un mistero imperscrutabile. Ringraziare è l’ultimo verbo che vi presento: ringrazio il Signore per questi splendidi tredici anni. Quando sono arrivato non immaginavo cosa avrei trovato, ora che vado via so cosa lascio. Lascio persone che mi hanno voluto bene, che si sono messe sempre a disposizione, che ad ogni invito di collaborazione hanno saputo dire di sì con amore e generosità. Nei giorni scorsi è stato un autentico tripudio di ringraziamento, con il Comitato festa, il Gruppo Famiglia, i membri del campo scuola, il coro, le confraternite, la comunità di S. Maria, in occasione della presentazione del libro. A voi amati fedeli della parrocchia S. Antonio e di S. Maria Maggiore dico grazie, dico, Vi Voglio Bene, dico, vi porterò sempre nel cuore e non vi dimenticherò mai». Consegnati al parroco anche una penna dalla comunità e una targa dalla confraternità del “Purgatorio” e serata proseguita tra fuochi pirotecnici, musica e un piccolo rinfresco. Omaggiato anche il vice Don Giuseppe Pisani che salutando la comunità per il suo trasferimento a Mirto, al “Divino Cuore”, ha ringraziato tutti sottolineando l’edificante esperienza maturata a Corigliano nonché l’armonia creatasi sia con la comunità che tra gli stessi tre sacerdoti. Aspetto non scontato e evidenziato anche da Don Vincenzo Ferraro nel suo saluto personale e accorato ai due confratelli e che, per una volta, ha permesso ai fedeli di benedire i parroci. Intanto sabato 23 settembre, vi sarà la Messa di ingresso a Cariati nella concattedrale di “San Michele Arcangelo” e per la parrocchia di “San Cataldo” per cui Don G. Federico è stato nominato di recente parroco e a cui le comunità coriglianesi parteciperanno numerose. Oggi, venerdì 22 settembre, invece, a S. Antonio le stesse comunità si apprestano ad accogliere come si conviene e come è sempre stato loro costume, il neo-parroco Don Fiorenzo De Simone, alla presenza di Monsignor Maurizio Aloise e della vicaria di Corigliano che concelebreranno la Santa Messa d’ingresso. Annunciati anche tanti fedeli e le autorità in arrivo dalla parrocchia della “Madonna del Carmine” di Spezzano Albanese, dove Don F. De Simone, originario di Longobucco, ha prestato un ben accetto servizio per ben quindici anni, tanto da ricevere, nei giorni scorsi, la cittadinanza onoraria dal comune.

 

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