
dalla pagina facebook di Alessandro Quarta – personaggio pubblico –
C’è stato un tempo in cui pensavo che le parole servissero semplicemente a parlare.
Poi ho capito che servono soprattutto a pensare.
Perché noi pensiamo con le parole che conosciamo. E forse uno dei confini più invisibili della nostra libertà è proprio questo: non riusciamo a pensare ciò che non sappiamo nominare.
Chi possiede poche parole non ha necessariamente meno cose da dire.
Ha meno strumenti per dirle.
Può sentire una rabbia e non saper distinguere se sia delusione, paura, frustrazione o dolore. Può percepire un’ingiustizia e non trovare il vocabolo per denunciarla. Può amare profondamente qualcuno e fermarsi davanti all’imbarazzo di un «ti voglio bene».
E allora le parole non sono ornamento.
Sono libertà.
Possedere la parola non significa parlare difficile. Non significa riempire le frasi di vocaboli complicati per sembrare più colti. Anzi.
Dominare la parola significa riuscire a dire una cosa difficile con parole semplici.
Sapere quando parlare e, soprattutto, sapere quando tacere.
Trovare la parola esatta invece di quella più rumorosa.
C’è poi un’altra ragione per cui le parole contano.
Chi non possiede le proprie rischia di vivere dentro quelle degli altri.
Gli altri daranno un nome alle sue paure.
Gli diranno chi deve temere, chi deve amare, contro chi deve arrabbiarsi.
Gli consegneranno slogan già pronti, pensieri confezionati, risposte semplici a domande che semplici non sono.
Ed è forse qui che una parola diventa una forma di resistenza.
Leggere.
Studiare.
Cercare un termine sul vocabolario.
Cambiare idea dopo averne scoperto uno nuovo.
Sembrano gesti minuscoli.
E invece allargano il mondo.
Per questo continuo a pensare che insegnare una parola a un bambino, regalare un libro, aprire una biblioteca, discutere senza insultarsi siano gesti profondamente rivoluzionari.
Perché una persona che conosce le parole può essere ingannata, certo.
Ma è più difficile convincerla che esista una sola maniera di raccontare la realtà.
Forse, allora, avevo sbagliato soltanto l’ultima frase.
Possedere la parola.
Dominare la parola.
Non per dominare il mondo.
Per impedire al mondo di dominare noi.
E forse questa è una delle forme più belle della libertà.