
dalla pagina del profilofacebook di padre Giovanni Cozzolino O.M.
Questa che vedete nella foto non è un bastone. È la nostra Canna. Quella che il Santo fece usare a un vecchio frate, ven. Girolamo Molinari, per sbarrare la porta del convento e fermare l’esercito ottomano che aveva invaso Corigliano nel 1596.
Tutti i frati fuggirono, rimase solo un vecchio infermo. San Francesco gli apparve e gli disse di puntellare la porta con una canna. I Turchi non riuscirono a sfondarla. Com’è fatta la reliquia che vedete nella foto Quello che vedete è proprio come lo descrive Giuseppe Amato nella sua Crono-Istoria di Corigliano Calabro a pagina 95: «Un pezzo di canna chiusa in una teca di argento, lavorata mirabilmente e cesellata, che il fu Baldassare Solazzi fe’ eseguire in Napoli nel 1815» (G. AMATO, Crono-Istoria di Corigliano Calabro, cit., p. 95) Guardatela bene nella foto: teca in argento alta quasi un metro, completamente cesellata a mano con motivi floreali e volute, con in cima un grande disco circolare – l’ostensorio – dove si custodiva il frammento. Al centro, il fiocco bianco che vedete, messo per devozione. La teca poggia su velluto rosso cremisi bordato d’oro, nella teca a muro del Santuario. Questa teca d’argento del 1815 fu fatta eseguire a Napoli da Baldassare Solazzi fu, un altro grande benefattore come Giovanni Cimino. Dopo il saccheggio del busto d’argento del 1º agosto 1806, i coriglianesi vollero ridare una casa degna alla Canna miracolosa. Cosa rimane oggi della Canna originale

R. Benvenuto, nel suo studio L’origine del patronato di San Francesco su Corigliano, a pagina 51, ci dà la misura scientifica esatta, che leggete sotto la foto: di questa canna «oggi si conserva solo un frammento di mm 372, la cui parte superiore è scheggiata. Con l’andare del tempo, a contatto con la teca argentea, ha assunto color terra bruciata» (R. BENVENUTO, L’origine del patronato di San Francesco su Corigliano, cit., p. 51).
372 millimetri, poco più di un palmo, scheggiato in alto, diventato color terra bruciata per il contatto secolare con l’argento. Non è più verde come una canna di fiume, è scuro, terroso, consumato dalla devozione e dal tempo. È proprio quello che si vede nella foto dentro la teca: un legnetto scuro verticale. Perché è la reliquia più cara a Corigliano Il costato sul petto della statua è una reliquia ex ossibus, venuta da Capitolo Generale di Barcellona nel 1581. È preziosissima. Ma la Canna è la reliquia del miracolo accaduto qui, a Corigliano. È la nostra storia.
Quando la portiamo in processione portiamo il pezzo di legno con cui un vecchio frate da solo fermò un esercito. È la fede che ferma la forza. Viva la Santa Canna!
Fonti: G. AMATO, Crono-Istoria di Corigliano Calabro, p. 95; R. BENVENUTO, L’origine del patronato di San Francesco su Corigliano, p. 51; G. COZZOLINO, San Francesco di Paola e l’Ordine dei Minimi a Corigliano Calabro (1476-2010), Progetto 2000, 2010.

NB: a fianco particolare della Canna foto al laser della prima effige pubblicata da Giorgio Leone!
IL BASTONE NON ERA UN BASTONE Il segreto del Crocifisso che San Francesco di Paola portava sempre con séGuardate bene questa foto. Quello che vedete non è un crocifisso da chiesa.È il compagno di viaggio di San Francesco di Paola.I suoi primi biografi e gli storici dell’Ordine sono concordi: il suo attributo inseparabile, insieme al mantello e alla scritta CHARITAS, è il bastone. Ma sul bastone c’era sempre Lui.Come ha documentato Mons. Giuseppe Fiorini Morosini, 98° successore del Santo alla guida dell’Ordine dei Minimi e curatore dell’edizione critica della Vita di San Francesco di Paola raccontata dall’Anonimo discepolo contemporaneo ritrovata da P. Rocco Benvenuto,:”Sul bastone, col quale si accompagnava nei suoi viaggi, portava sempre una croce, che ora si conserva nel Santuario di Corigliano.”Per noi è una reliquia. Per lui era l’appoggio. Il bastone vero.Cosa vedete nella foto che ho scattato:Un piccolo Crocifisso antico, scuro, consumato dalle mani e dalle preghiere, custodito oggi in un reliquiario a croce in cristallo e argento.

La base a quattro gradoni, in argento sbalzato, lo eleva come un trono. La nicchia con damasco rosso e gigli d’oro ci dice che quella povertà è diventata regalità.È la teologia di Francesco in un oggetto, quella che P. Fiorini Morosini chiama caritas sacrificalis: la penitenza del cammino (il bastone) e la carità del Crocifisso (la Croce in cima) sono una cosa sola.P. Isidoro Toscano, nella sua Vita, e miracoli di S. Francesco di Paola, fondatore dell’ordine de’ Minimi, racconta che con quel bastone il Santo faceva sgorgare l’acqua, benediceva, apriva strade.Noi oggi cerchiamo bastoni sicuri: soldi, salute, appoggi umani.Francesco ci insegna un’altra cosa:Non appoggiarti al legno. Appoggiati alla Croce che sta sul legno.La prossima volta che visiterete il Santuario di Corigliano, cercatelo. È piccolo, sta in disparte, ma ha camminato più di noi. Ha camminato con un Santo.San Francesco di Paola, facci camminare con la tua Croce.