
Fonte: Korazym.org/Blog dell’Editore, 28.08.2026 – autore Ivo Pincara
Una lettera autentica e un allarme severo sulla capacità investigativa dello Stato. Ma nel racconto diventato virale si confondono le parole del Procuratore nazionale antimafia con accuse politiche, giudizi e perfino il referendum sulla giustizia, che riguardava tutt’altro.
Ci sono notizie che non hanno bisogno di essere gonfiate per diventare preoccupanti. È il caso della lettera con cui il Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Giovanni Melillo ha segnalato al Governo e alla Commissione parlamentare Antimafia gli effetti prodotti dalle modifiche alla disciplina sull’utilizzabilità delle intercettazioni provenienti da procedimenti diversi. Una lettera autentica, dai toni istituzionali ma estremamente severi, nella quale si parla di un effetto «oltremodo grave e allarmante» e di un «obiettivo arretramento della linea di efficacia delle investigazioni in materia di criminalità organizzata e terrorismo».
Nelle ultime settimane quel documento è tornato a circolare sui social accompagnato dai toni apocalittici: una giornata destinata «ai libri di storia», un gesto «senza precedenti», il sistema antimafia sull’orlo del «collasso», il Governo che avrebbe disarmato i magistrati, la Presidente della Commissione Antimafia Chiara Colosimo che avrebbe nascosto la lettera e, infine, l’invito alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni a non pronunciare più i nomi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Il problema è che in quel racconto convivono tre livelli differenti: le parole effettivamente scritte da Melillo, le interpretazioni politiche successive e le considerazioni sui social. Separarli non ridimensiona affatto la questione. Anzi, permette di capire quanto sia seria senza bisogno di aggiungervi ciò che Melillo non ha detto.
La lettera del 20 aprile è consultabile
https://www.sistemapenale.it/pdf_contenuti/1781033061_nota-melillo.pdf
Il documento esiste ed è datato 20 aprile 2026. Melillo lo ha indirizzato al Ministro della Giustizia Carlo Nordio, al Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e alla Presidente della Commissione parlamentare Antimafia Chiara Colosimo, trasmettendolo per conoscenza anche al Procuratore generale presso la Corte di Cassazione e ai Procuratori distrettuali antimafia.
La lettera è stata successivamente pubblicata integralmente dalla rivista giuridica Sistema Penale ed è quindi possibile verificarne direttamente il contenuto.
Il punto centrale riguarda l’articolo 270, comma 1, del Codice di procedura penale e la possibilità di utilizzare in un procedimento i risultati delle intercettazioni disposte nell’ambito di un altro procedimento.
La modifica decisiva risale al decreto-legge 10 agosto 2023, n. 105**, convertito con modificazioni dalla legge 9 ottobre 2023, n. 137. In sede di conversione vennero soppresse dall’articolo 270, comma 1, le parole «e dei reati di cui all’articolo 266, comma 1», restringendo così la possibilità di utilizzare le intercettazioni in procedimenti diversi.
La disciplina risultante prevede, in sostanza, che i risultati delle intercettazioni non possano essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali sono stati disposti, salvo che siano rilevanti e indispensabili per accertare delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza.
Ed è qui che la denuncia del Procuratore nazionale antimafia assume un rilievo che non ha bisogno delle iperboli dei social. Melillo scrive che l’effetto della riforma «si è rivelato oltremodo grave e allarmante» in ragione dell’«obiettivo arretramento della linea di efficacia delle investigazioni in materia di criminalità organizzata e terrorismo» .
Non è quindi corretto sostenere genericamente che Melillo abbia accusato il Governo di favorire la mafia. Non sono queste le sue parole. Ma sarebbe altrettanto scorretto minimizzare la portata della sua segnalazione: il vertice della Procura nazionale antimafia e antiterrorismo ha denunciato formalmente un arretramento dell’efficacia degli strumenti investigativi proprio nei settori della criminalità organizzata e del terrorismo.
Il paradosso che sembra inventato, ma non lo è
La parte più sorprendente del racconto circolato sui social è anche quella che, nella sostanza, trova maggiore riscontro nella lettera. Melillo porta alcuni esempi concreti degli effetti della disciplina.
Secondo il Procuratore nazionale antimafia, risulta possibile utilizzare intercettazioni provenienti da un altro procedimento per perseguire la ricettazione di denaro o cose provenienti da rapina, estorsione o furto aggravato, ma non per provare delitti di riciclaggio mafioso. Analogamente possono essere utilizzate nei procedimenti per detenzione di un documento d’identificazione falso, ma non in quelli per scambio elettorale-mafioso.
Melillo aggiunge un altro esempio: le intercettazioni possono essere utilizzate per una truffa aggravata, ma non quando si procede per casi di indebita compensazione di crediti fiscali e previdenziali di imprese mafiose per decine di milioni di euro.
Non è dunque un paradosso inventato dai social.
Il Procuratore segnala inoltre le conseguenze riguardanti una serie di reati attraverso i quali può realizzarsi quella zona di contatto fra organizzazioni mafiose e professionisti, imprenditori, funzionari e altri soggetti appartenenti al mondo apparentemente legale che viene comunemente indicato come quello dei «colletti bianchi».
La questione è stata successivamente portata anche in Parlamento. In un atto del Senato del 12 maggio 2026 vengono richiamate espressamente, tra le criticità segnalate da Melillo, la dispersione delle prove, l’aumento dei costi investigativi e le limitazioni riguardanti reati contro la pubblica amministrazione, traffico illecito di rifiuti, riciclaggio e scambio elettorale politico-mafioso.
È precisamente su questo terreno che la questione assume particolare rilevanza. Il contrasto contemporaneo alle mafie non riguarda soltanto l’individuazione degli appartenenti alle organizzazioni criminali, ma anche la ricostruzione delle reti economiche, finanziarie, professionali e istituzionali attraverso le quali possono essere riciclati capitali, infiltrate attività economiche o condizionata la vita pubblica.
Intercettare nuovamente, ciò che è già stato intercettato
C’è poi un secondo effetto segnalato da Melillo. Per evitare quelle che definisce «dispersioni probatorie», le diverse Procure distrettuali impegnate nelle indagini antimafia e antiterrorismo «si ritrovano sovente costrette a disporre l’esecuzione delle medesime intercettazioni in ciascuno dei procedimenti», con conseguente «lievitazione dei costi e dispersione di preziose risorse» della polizia giudiziaria [3].
Anche qui sui social si parte da un fatto reale, ma lo si trasforma quando si afferma che le Procure sarebbero costrette a «spendere il doppio dei soldi». Melillo parla di lievitazione dei costi, non quantifica un loro raddoppio. La differenza può sembrare secondaria, ma non lo è. Se si vuole contestare una norma sulla base delle conseguenze denunciate dalla massima autorità nazionale antimafia, non serve attribuire alla stessa autorità una cifra che non ha indicato.
Anche il terrorismo
L’allarme non riguarda soltanto la criminalità mafiosa. Melillo segnala che la disciplina incide anche sulla possibilità di utilizzare intercettazioni provenienti da procedimenti collegati per accertare condotte relative alla partecipazione a un’associazione sovversiva, all’assistenza agli associati, all’istigazione e all’apologia di reato con finalità di terrorismo, richiamando anche le dinamiche di reclutamento di minori.
È per questo che nella lettera si parla espressamente di «criminalità organizzata e terrorismo». Si tratta dunque di una questione molto più ampia della polemica politica contingente.
La lettera «nel cassetto» e le parole che non sono di Melillo
Da questo punto in poi, però, il racconto social comincia a sovrapporre fonti differenti. L’affermazione secondo cui Chiara Colosimo avrebbe «tenuto la lettera nel cassetto» non appartiene alla lettera di Melillo. È un’accusa politica formulata successivamente dall’opposizione.
Analogamente, espressioni come «follia pura», «guardaspalle del Governo», «passerelle», «sceneggiate» e magistrati «disarmati» non compaiono nel documento del Procuratore nazionale antimafia. Lo stesso vale per l’attacco al Presidente del Consiglio dei Ministri e per l’invito a non pronunciare più i nomi di Falcone e Borsellino. Si tratta di giudizi politici, che possono naturalmente essere espressi e discussi come tali. Diventa però fuorviante collocarli all’interno di una narrazione nella quale il lettore fatica a distinguere dove terminino le parole di Melillo e dove cominci il commento politico.
E il referendum non riguardava le intercettazioni
C’è infine un passaggio sui social che necessita di una correzione ancora più netta. Si afferma che gli italiani hanno già detto NO a questo scempio con il Referendum. È vero che il referendum costituzionale sulla giustizia del 22 e 23 marzo 2026 è stato respinto. L’affluenza nazionale è stata del 58,93%.
Ma gli italiani non hanno votato sulla disciplina delle intercettazioni denunciata da Melillo. Il quesito riguardava la legge costituzionale recante «Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare», come risulta dal decreto del Presidente della Repubblica del 13 gennaio 2026. L’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione ha poi accertato ufficialmente che il risultato della consultazione «non è stato favorevole all’approvazione» della legge costituzionale.
Si può naturalmente attribuire al risultato un significato politico più generale e considerarlo una bocciatura della linea seguita dal Governo sulla giustizia. È un’interpretazione politica. Non è invece corretto sostenere che con quel referendum gli elettori abbiano respinto la norma sulle intercettazioni oggetto della lettera di Melillo. Sono due questioni giuridicamente differenti.
Nordio apre al confronto, ma la correzione non passa
La vicenda non si è conclusa con la pubblicazione della lettera. L’8 maggio 2026 il Ministro della Giustizia Carlo Nordio ha risposto a Melillo annunciando un «adeguato approfondimento tecnico» per valutare un possibile «affinamento della normativa vigente» e invitando il Procuratore nazionale antimafia a un confronto finalizzato alla definizione di un progetto normativo da sottoporre al Parlamento.
Nei mesi successivi il problema ha però prodotto una significativa divisione all’interno della maggioranza. Fratelli d’Italia ha presentato emendamenti diretti ad ampliare nuovamente l’utilizzabilità delle intercettazioni in procedimenti diversi, andando almeno in parte incontro alle criticità sollevate da Melillo. Forza Italia si è opposta, difendendo invece l’attuale equilibrio normativo in nome della tutela della riservatezza delle comunicazioni. Alla fine di luglio la questione è arrivata nell’Aula del Senato. Il resoconto stenografico del 30 luglio 2026 documenta sia il confronto politico, sia il fatto che gli emendamenti sull’articolo 270 non sono entrati nel provvedimento: le proposte risultano precluse. Si possono consultare direttamente gli emendamenti e il resoconto della seduta del Senato del 30 luglio 2026.
Al momento, dunque, il problema denunciato da Melillo non risulta risolto attraverso la modifica legislativa prospettata nei mesi successivi alla sua lettera. Ed è un elemento importante, perché consente di uscire dalla falsa alternativa tra due narrazioni opposte: non è vero che l’allarme sia stato semplicemente ignorato, dal momento che ha provocato una risposta del Ministro, un confronto tecnico e iniziative parlamentari; ma è altrettanto vero che il tentativo di intervenire sulla norma non ha finora prodotto la correzione auspicata.
Una notizia vera non ha bisogno di diventare propaganda
Il caso è istruttivo anche per il modo in cui oggi vengono costruiti molti contenuti destinati ai social.
Alla base c’è una notizia vera. La lettera esiste ed è integralmente consultabile. Le citazioni più impressionanti sono autentiche. Sono autentici gli esempi apparentemente paradossali sul riciclaggio mafioso e sullo scambio elettorale politico-mafioso. È vero che il Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo ha parlato di una situazione «oltremodo grave e allarmante» e di un arretramento dell’efficacia delle investigazioni.
Poi, però, intorno a questi fatti vengono costruiti una cornice emotiva e un racconto politico: «giornata storica», «collasso del sistema», «follia pura», «guardaspalle», «sceneggiate», magistrati «disarmati», Falcone e Borsellino, fino a un referendum che riguardava un’altra riforma. Il risultato è paradossale: per rendere più credibile una tesi politica si rischia di rendere meno credibile proprio la notizia vera che dovrebbe sostenerla. E in questo caso la notizia vera è sufficientemente seria da meritare attenzione senza alcuna aggiunta.
C’è, naturalmente, anche un’altra posizione che non può essere semplicemente cancellata dal dibattito: quella di chi ritiene che limitare la circolazione delle intercettazioni tra procedimenti diversi rappresenti una garanzia necessaria a tutela della segretezza delle comunicazioni, protetta dall’articolo 15 della Costituzione. È precisamente su questo bilanciamento tra efficacia investigativa e garanzie individuali che si è consumato, anche all’interno della maggioranza, il confronto parlamentare.
Ma quando il Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo avverte le istituzioni della Repubblica che la disciplina vigente ha determinato un «obiettivo arretramento» dell’efficacia delle investigazioni contro criminalità organizzata e terrorismo, quella segnalazione merita una risposta nel merito. Non serve trasformarla in propaganda contro il Governo. E non serve neppure ridimensionarla perché può essere utilizzata contro il Governo.
La domanda resta molto più semplice: esiste davvero il vulnus investigativo denunciato dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo e, se esiste, quale equilibrio intende trovare il legislatore tra le garanzie costituzionali della persona e l’efficacia del contrasto alle forme più insidiose della criminalità organizzata? Perché sulla capacità dello Stato di contrastare mafia e terrorismo la propaganda, da qualunque parte provenga, dovrebbe finire esattamente dove cominciano i fatti.