
dalla pagina del profilo facebook di padre Giovanni Cozzolino O.M.
Ho guardato a lungo questa foto che ho scattato alla nostra chiesa di Corigliano. Un sole che spacca le pietre. Una facciata bianca, perfetta, da cartolina. E sopra, un’ombra nera, netta, che non è della chiesa: è una palma fuori campo. Una palma che non si vede, ma che si impone sul muro. È la foto della crisi economica che stiamo vivendo. La luce forte che divide chi è ancora al sole e chi, pur lavorando, è finito nell’ombra. E quell’ombra non è piccola, copre mezza facciata. Come metà Paese. E quella palma a sinistra, con le foglie nere che rovinano la cartolina? Sono loro: i lavoratori in sciopero in questi giorni. Scomodi, sì. Ma necessari. Senza di loro la foto è falsa. E lo sciopero non è un capriccio: è l’allarme che deve costringere le istituzioni a intervenire subito. In mezzo a tutto questo, sopra la porta consumata e aperta, c’è LUI: San Francesco di Paola.

C’è un episodio della sua vita che oggi dovremmo gridare nelle piazze e nei palazzi delle istituzioni. Il Re di Napoli, Ferrante d’Aragona, lo convocò per impressionarlo. Gli fece portare un vassoio colmo di monete d’oro e gli disse: “Guarda quanto valgo, guarda la mia ricchezza”. Francesco, il calabrese scalzo, prese una moneta, la spezzò in due. Dalla moneta uscì sangue. Sangue vivo. E gli disse: “Questo, Maestà, è il sangue dei tuoi sudditi. Il sangue dei poveri, degli operai, delle vedove, spremuto per fare il tuo oro”. Il Re rimase in silenzio. Fu costretto a guardare.
È quello che deve fare oggi lo sciopero: costringere chi governa a guardare. A vedere il sangue dentro le monete d’oro. Francesco non era un eremita che scappava dal mondo. I documenti antichi dicono: “La sua azione caritativa era rivolta agli operai e alle vittime delle angherie e dei soprusi dei potenti che la giustizia non era in grado di contrastare.” E il 10 settembre 1486, dalla Francia, scrive ai Procuratori di Corigliano Calabro – i laici che amministravano il nostro eremo – una lettera che oggi è considerata l’atto di nascita della Dottrina Sociale della Chiesa, 405 anni prima della Rerum Novarum: “Amate il bene comune, aiutate i poveri, gli orfani, le vedove e i bambini.” “Mettete da parte gli odi e le inimicizie, amate la pace perché è il miglior tesoro che i popoli possano avere.” E ancora, su di lui è scritto:
“Nel messaggio della giustizia sociale Francesco di Paola non stima il ricco più del povero, il nobile più della persona modesta e di nessun conto, ma è con tutti uguale, senza preferenza alcuna.”

Oggi le monete d’oro sono i fatturati record mentre i salari restano fermi. Sono i dividendi mentre si chiudono le fabbriche. Quel sangue che usciva dalle monete è lo stesso sangue di chi oggi non arriva a fine mese pur lavorando. Per questo lo sciopero non può essere ignorato dalle istituzioni. Deve far intervenire subito chi ha responsabilità pubbliche. Come fece Francesco con il Re. La nostra chiesa nella foto ha una porta vecchia, consumata dalle mani della gente, e aperta su un interno buio. Tutto intorno l’intonaco è nuovo e perfetto. Nella crisi, la Chiesa non può essere la facciata perfetta. Deve essere la porta consumata e aperta. Dove si entra senza pagare, senza badge, senza dover dimostrare quanto produci. Non ridipingiamo la facciata. Teniamo aperta la porta. San Francesco di Paola, patrono della Calabria e della gente di mare in tempesta, prega per chi oggi è in tempesta economica!