
di Massimo Ammaniti in “la Repubblica” del 17 ottobre 2026
L’inquietante e sconfortante vicenda dei ragazzi della minicar pone molti interrogativi, ai quali non si può rispondere soltanto dicendo che sono dei delinquenti e che le famiglie non hanno svolto il ruolo educativo. È inquietante perché i due ragazzi non sembrano essersi resi conto della gravità di quello che stavano provocando, sconfortante perché entrambi rischiano di compromettere la loro vita. È molto più complesso quello che è successo, come entrambi hanno detto alla polizia “l’abbiamo fatto per divertirci, non sapevamo cosa fare”. E hanno anche aggiunto “volevamo prendere a bastonate” i passanti, per festeggiare il giorno del compleanno di uno dei due. Dalle loro dichiarazioni si intrecciano situazioni diverse, lo stato di stagnazione in cui incorrono a volte gli adolescenti, noia, senso di inutilità, demotivazione. Stati d’animo difficili da sopportare e che a volte spingono a compiere gesti e comportamenti a rischio, piccoli furti, provocazioni, violenze verso i coetanei e le coetanee, uso di droghe per eccitarsi ed uscire da questo senso di inconcludenza sentendosi personalmente agenti, “dei fichi”. Naturalmente il flusso di ormoni maschili tipico dell’adolescenza interviene potenziando i comportamenti violenti ed aggressivi che aiutano a rinforzare il senso di sé.

Nella foto Massimo Ammaniti
E come è successo ad entrambi non sono stati in grado di prevedere le conseguenze delle proprie azioni, che in questo caso hanno comportato lesioni gravi purtroppo ancora non risolte di una delle vittime. A questo proposito va ricordato che gli adolescenti vanno incontro a grandi trasformazioni del cervello con una forte attivazione delle aree che regolano le emozioni che non sono adeguatamente canalizzate, per cui sono frequenti esplosioni di rabbia, violenze, rifiuto e sopraffazioni dei coetanei. L’altro aspetto riguarda le difficoltà degli adolescenti di prevedere le conseguenze delle proprie azioni dal momento che i lobi frontali e prefrontali del cervello, che governano la capacità di programmare e di rendersi conto delle conseguenze dei propri comportamenti, non sono ancora adeguatamente maturi. Solo più tardi intorno ai 24-25 anni si raggiunge la completa maturazione cerebrale. E poi c’è il ruolo del gruppo, uno dei due è al volante e l’altro colpisce gli ignari passanti, entrambi in uno stato di eccitazione e di trionfo. È ben noto che gli adolescenti tendono a correre dei rischi e a mettere in atto comportamenti violenti in gruppo, che favorisce un senso di impunità e di anonimato. Forse altri ragazzi, amici di entrambi, erano a conoscenza di queste bravate ma qui interviene la complicità di gruppo e l’incapacità di porre un freno a questi comportamenti, e aggiungerei il malinteso senso di lealtà fra coetanei. In questo quadro colpisce l’impossibilità dei genitori a rendersi conto e a volte la disattenzione nei confronti dei comportamenti dei figli adolescenti, ma questi ultimi sono particolarmente abili a mimetizzarsi e a nascondere i propri comportamenti pericolosi. Pertanto non si possono colpevolizzare i genitori, come successe alla madre di uno dei due ragazzi che partecipò alla strage nella scuola americana di Columbine, la quale non aveva mai avuto il minimo sentore di quello che sarebbe successo. La madre di uno dei due ragazzi ha giustamente commentato che non solo ci sono le famiglie, ma c’è una società degli adulti che svolge spesso un ruolo negativo verso i ragazzi e le ragazze. A questo proposito aggiungerei che crea miti che alterano lo sviluppo dei ragazzi, attirandoli nel mercato degli smartphone o delle costose minicar e accettando che divengano poi vittime dei social che li spingono verso la violenza e l’uso delle armi e a volte dei simboli nazisti e fascisti. Va anche aggiunto che le scuole dovrebbero svolgere un ruolo educativo importante, non limitarsi ai programmi didattici ma favorire la crescita personale dei ragazzi organizzando spazi di incontro, molteplici attività e laboratori ed infine partecipazione agli sport. Dopo queste concise riflessioni credo che entrambi i ragazzi debbano rispondere per quello che hanno fatto ed iniziare un percorso che li responsabilizzi e li aiuti a comprendere le loro colpe e a chiedere perdono alle vittime. Rimane aperto il problema dove questo può avvenire, non un carcere minorile o un istituto di rieducazione dove si rischia di diventare dei veri delinquenti, occorre trovare delle comunità che limitino la loro libertà personale e dove possano intraprendere un percorso terapeutico che favorisca un processo di elaborazione e di crescita personale.