
Dalla pagina Facebook di Federico Quaranta personaggio pubblico
Non ci sono barricate. Non ci sono eserciti nelle piazze. Non si sentono ancora gli spari, (le coltellate si…). Ogni giorno, sui social, combattiamo la guerra civile delle parole. Tutti contro tutti. Dove non si discute: si aggredisce. Non si ascolta: si interrompe. La verità non conta: si cerca un nemico. Basta un’opinione diversa per diventare traditori, infami, bastardi, dementi… Una fragilità per essere derisi. Un errore per essere condannati per sempre. Lo schermo ci ha consegnato un’illusione pericolosa: poter colpire senza vedere la ferita. Insultare senza incontrare gli occhi. Umiliare senza ascoltare il rumore di qualcosa che si rompe dentro un’altra persona. E così la violenza diventa normale. Prima è una parola. Poi è un’abitudine. Infine diventa un gesto. Perché nessuna violenza nasce improvvisamente.
Viene preparata dal linguaggio, nutrita dal disprezzo, autorizzata dal branco. Gli algoritmi ci dividono in tribù, ci mostrano soltanto ciò che conferma la nostra rabbia e trasformano l’indignazione in spettacolo. Più odiamo, più restiamo connessi. Più ci scontriamo, più qualcuno guadagna. Il problema non è soltanto ciò che i social fanno a noi. È ciò che, attraverso i social, stiamo scegliendo di diventare. Una società incapace di ascoltare è già una società in guerra. Una comunità che gode dell’umiliazione dell’altro ha già perduto la propria umanità. La guerra civile non comincia quando un popolo prende le armi. Comincia quando smette di riconoscersi come popolo. Quando dall’altra parte non vediamo più una persona, ma soltanto qualcuno da distruggere. Forse la vera rivoluzione, oggi, è fermarsi. Contare fino a dieci. Dubitate delle nostre certezze. E ricordare che dietro ogni profilo c’è un essere umano. Il rispetto non è debolezza. È l’ultimo argine prima della barbarie.