
Pagina Facebook di Federico Quaranta personaggio pubblico
Era per tutti “il ragazzo”. Girava in bicicletta per Pinarella di Cervia, con la musica e un pupazzo sulla spalla e si fermava a parlare con tutti.
Era una persona fragile e gentile. Cinque ragazzi lo hanno massacrato. È morto dopo quattro giorni di agonia. In questi giorni abbiamo letto di Gloria presa a pugni e calci in fila per un bagno a Bari da 10 bambini e due adulti. Di un branco di giovani borghesi che ha devastato un bar a Forte dei Marmi e di altri ancora.
Erano tutti italianissimi.
Lo sottolineo non per costruire una narrazione opposta. Ma per distruggere una narrazione sbagliata. La violenza non ha passaporto.

La barbarie non ha etnia. Ha un’altra origine.
La perdita della pietà. Ogni volta che una tragedia viene usata per fare propaganda, anziché per capire cosa stia accadendo ai nostri ragazzi, perdiamo tutti. Perché la sicurezza non può dipendere dalla nazionalità di chi delinque.
La giustizia non può cambiare colore a seconda della convenienza politica. Una vittima vale una vittima. Sempre. Il problema non sono soltanto quei cinque ragazzi ma è la società che li ha educati. O, forse, che ha smesso di educarli.
C’è una domanda che continua a tormentarmi.
Perché quando gli aggressori sono stranieri il dibattito politico esplode, mentre quando sono italiani tutto torna rapidamente al silenzio?
Se la risposta è il consenso, allora abbiamo un problema enorme. Perché i morti non sono di destra o di sinistra. Non sono italiani o stranieri.
Sono persone. E una democrazia comincia a perdere se stessa quando attribuisce un valore diverso alle vittime in base all’identità dei loro assassini. La sicurezza non può essere uno slogan.
La pietà non può essere selettiva. E la giustizia deve avere un solo volto. Sempre!