
di Francesco Citterich “Osservatore Romano” di lunedì 20 luglio 2026
Per oltre due mesi sono rimasti lì, nel cuore del deserto sudanese, invisibili al resto del mondo. Un autobus immobile, inghiottito dalla sabbia e dal silenzio, è diventato il luogo in cui 33 persone che fuggivano dalla guerra sono morte una dopo l’altra di sete, senza che nessuno potesse soccorrerle. Una tragedia che racconta con crudezza il volto più disumano dei combattimenti che da oltre quattro anni devastano il Sudan. Il viaggio era iniziato a metà maggio dal Darfur meridionale. A bordo dell’autobus c’erano famiglie, donne con bambini piccoli, persone che cercavano un luogo più sicuro dove ricominciare. La destinazione era Al Dabba, nel nord del Sudan, una delle aree ritenute relativamente più sicure. Ma il viaggio si è interrotto nel punto più ostile possibile: in pieno deserto, lungo la strada che attraversa un’immensa distesa di sabbia tra Mellit, nel Darfur settentrionale, e lo Stato del Nord. L’autobus si è guastato. Da quel momento è iniziata un’attesa senza speranza. Nessun mezzo di soccorso, nessuna possibilità di comunicare. Le scorte d’acqua e di cibo si sono rapidamente esaurite, mentre le temperature diurne superavano abbondantemente i quaranta gradi. Uno dopo l’altro, i passeggeri hanno ceduto alla sete e al caldo estremo. I loro corpi sono stati ritrovati soltanto nei giorni scorsi, ancora accanto al veicolo fermo, come se avessero atteso fino all’ultimo qualcuno che non è mai arrivato. Tra le vittime anche un’insegnante con cinque dei suoi figli. Aveva deciso di lasciare il Darfur nella speranza di offrire ai bambini una vita diversa e la possibilità di tornare a scuola, dopo anni in cui il conflitto aveva cancellato ogni normalità. Quel viaggio, nato come una ricerca di futuro, ha trovato nel deserto un epilogo tragico. La vicenda è il simbolo del dramma che vive il Sudan dall’aprile 2023, quando lo scontro tra l’esercito regolare e le Forze di supporto rapido è precipitato in una guerra che ha provocato decine di migliaia di morti e costretto milioni di persone ad abbandonare le proprie case. Intere comunità attraversano ogni giorno territori isolati e pericolosi nel tentativo di mettersi in salvo, spesso senza mezzi adeguati e senza alcuna assistenza. La morte dei 33 passeggeri nel deserto non è soltanto una tragedia umanitaria. È il racconto di un Paese in cui la guerra non uccide solo con le armi, ma anche con l’abbandono, la fame, la sete e l’impossibilità di raggiungere un luogo sicuro. Un bus fermo nel nulla, rimasto inosservato per settimane, è diventato il simbolo di una crisi che continua giorno dopo giorno a consumarsi lontano dai riflettori internazionali, mentre i civili inermi continuano a pagare il prezzo più alto.