
di Gennaro Matino in “La Repubblica” – Napoli – del 19 luglio 2026
Ci sono rivoluzioni che non fanno rumore. Accadono lentamente, senza decreti, senza manifesti, senza piazze. Cambiano il volto di un’epoca molto più delle leggi e delle guerre. Una di queste è avvenuta sotto i nostri occhi: abbiamo smesso di considerare le lacrime un linguaggio umano e abbiamo cominciato a trattarle come un incidente da nascondere. Nessuno ce lo ha imposto. È successo quasi senza accorgercene. Abbiamo imparato che bisogna reggere, non cedere. Reagire, non sostare. Superare, non attraversare. Ci siamo costruiti addosso un’armatura di efficienza che ci protegge da tutto, perfino dalla vita. Il dolore va gestito, la fragilità corretta, la tristezza medicalizzata, la commozione contenuta. Ogni ferita deve guarire in fretta perché il mondo non rallenta per nessuno. E così, senza volerlo, abbiamo finito per credere che la vulnerabilità sia una sconfitta. È la più elegante delle illusioni. Perché l’uomo non diventa più forte quando smette di piangere. Diventa semplicemente meno umano. La nostra epoca è straordinaria nel moltiplicare le connessioni e sorprendentemente povera nel custodire le relazioni. Conosce tutto, ma fatica a comprendere. Misura ogni cosa, ma perde il senso di ciò che conta. Riesce a prevedere i mercati, a dialogare con le macchine, a modificare la materia, ma resta disorientata davanti a un volto rigato dalle lacrime. Forse perché le lacrime sono l’ultima realtà che non si lascia addomesticare. Non si possono programmare. Non rispondono agli algoritmi. Non si comprano. Non si esibiscono senza tradirle. Arrivano quando le parole non bastano più e il cuore, finalmente, smette di difendersi. Per questo ci inquietano. Perché ci ricordano che non siamo onnipotenti. Ed è proprio qui che una frase antica, pronunciata duemila anni fa, continua a sfidare il nostro presente con una forza sorprendente: «Beati quelli che piangono». Non è un elogio della sofferenza. Sarebbe una bestemmia contro la vita. È la più radicale difesa dell’umano. Beato non è chi soffre. Beato è chi non permette al dolore di trasformarsi in cinismo. Beato è chi continua a lasciarsi ferire dall’ingiustizia senza farsene complice. Beato è chi non perde la capacità di commuoversi davanti alla bellezza, di arrossire davanti alla vergogna, di tremare davanti all’amore, di lasciarsi sorprendere da un gesto gratuito. Beato è chi resiste alla tentazione più seducente del nostro tempo: diventare impermeabile. L’indifferenza non nasce all’improvviso. Comincia sempre quando smettiamo di lasciarci toccare. Prima non ci riguarda una certa persona. Poi non ci riguarda un popolo. Poi non ci riguarda una guerra. Alla fine non ci riguarda più nemmeno il vicino di casa. Il cuore non si spegne in un giorno. Si indurisce poco alla volta, come una terra che smette di ricevere pioggia. Forse è questa la malattia più profonda della nostra civiltà. Non l’eccesso di razionalità. L’atrofia della compassione. Abbiamo paura delle lacrime perché interrompono il copione dell’uomo invincibile. Ci costringono a confessare che abbiamo bisogno degli altri, che non controlliamo tutto, che esistono perdite che non si risolvono, amori che ci cambiano, bellezze che ci disarmano. Ogni lacrima è una piccola sconfitta del nostro orgoglio e, proprio per questo, una vittoria della verità. L’etica della soglia comincia forse qui nel difendere ciò che il mondo considera improduttivo e che, invece, tiene in piedi la storia: la tenerezza, la compassione, la misericordia, la commozione. Sono realtà che non aumentano il prodotto interno lordo, non migliorano gli indici finanziari, non conquistano consenso. Eppure senza di esse nessuna famiglia sopravvive, nessuna comunità resiste, nessuna pace può essere costruita. Ci hanno insegnato che il contrario delle lacrime è la forza. Non è vero. Il contrario delle lacrime è il cuore che non si lascia più attraversare da nulla. E un cuore così può continuare a battere. Ma ha già smesso di vivere. Forse, alla fine, quella beatitudine non promette un premio. Ci consegna un criterio. Finché ci sarà qualcosa capace di riempire i nostri occhi, un’ingiustizia che ci fa vergognare, un bambino che ci restituisce speranza, un perdono inatteso, un amore che ci sorprende, una bellezza che ci mette in silenzio, avremo ancora una possibilità di salvare non soltanto noi stessi, ma il mondo che stiamo costruendo. Perché le lacrime non sono la resa dell’uomo. Sono l’ultima vittoria della sua umanità.