
di Giulio Iudicissa
Intanto, nello stesso periodo, in Italia, scoppiano i primi, sanguinosi Moti risorgimentali per la sognata conquista dell’indipendenza e dell’unità di tutta la penisola. E in Corigliano che si fa? Quello che si fa in tutti gli altri comuni. I più restano indifferenti, forse per ignoranza o per mancanza di informazioni, ma c’è qualcuno anche qui che sogna un’Italia libera con una sola bandiera dalle Alpi alla Sicilia. Così, quando arriva, sia nel 1820 che nel 1848, la notizia che il sovrano di Napoli concede la costituzione, i patrioti, quelli che aderiscono alla locale Carboneria, fanno festa grande e si radunano nella chiesa di S. Pietro per una Messa solenne di ringraziamento. Alla gioia, purtroppo, segue la delusione, ma essi non si arrendono, anzi, cercano di rafforzare i collegamenti con i comitati che vanno formandosi nei paesi vicini. Quando nel maggio del 1860 parte la Spedizione dei Mille, Corigliano è presente. Da qui, infatti, una squadra di volontari va ad unirsi alle truppe garibaldine e riesce anche a farsi onore, tanto è vero che Giuseppe Garetti, loro comandante, viene promosso, per meriti sul campo, addirittura Capitano.
Nel secolo comunque non ci stanno soltanto terremoti e guerre, ma anche tante opere pubbliche, costruite più per utilità che per bellezza. L’arginatura dei fiumi, sia pure parziale, un ponte nuovo sul Coriglianeto, la sistemazione e l’allargamento della strada cittadina che da S. Antonio porta fino al castello, nonché il consolidamento di alcune viuzze intorno a Santa Maria e sotto l’Acquanova, ne sono un esempio.

A proposito di strade, vuoi sapere come si chiama la più importante? Via Roma, che coincide con l’attuale. Vuoi sapere le più curiose? Via dei Saponieri, l’attuale tratto iniziale di via Roma; via dei Barbieri, ora via XXIV Maggio; via degli Orefici, ora via Tricarico; via Giudecca, ora via Addolorata; via Grecìa, ora via Carso e parte delle due vie Isonzo e S. Nicola; via dei Mulini, che è l’attuale via Piave.
La realizzazione più importante, però, almeno nella prima parte del secolo, è il Quadrato Compagna a Schiavonea, nel 1850, che serve ad ospitare fiere e mercati e nello stesso tempo è usato come residenza al mare della famiglia. Tale opera dà un notevole impulso all’interscambio con i paesi vicini, soprattutto, per quanto riguarda i prodotti della terra ed il bestiame. D’ora in avanti, le due fiere di Schiavonea, quella dell’Ascensione e quella dei Morti, risultano più frequentate, e, insieme alla fiera di S. Marco al Pendino, che si tiene dal 22 al 25 aprile, rappresentano un fatto commerciale rilevante. In occasione delle fiere, infatti, scendono mercanti da tutte le regioni della penisola e non è raro incontrare anche Spagnoli ed Olandesi. Sono segni positivi, perché vuol dire che complessivamente, un po’ sotto la spinta dei ricchissimi Baroni Compagna ed un po’ sotto quella delle Autorità municipali, qualcosa si muove.
Le opere pubbliche proseguono numerose anche nella seconda parte del secolo. Sono da segnalare, soprattutto, tre strade. La prima collega il piccolo nucleo della Stazione al borgo di Schiavonea; la seconda dal centro arriva fino al confine con Longobucco, salendo per la montagna; l’ultima congiunge il paese al territorio di Acri, partendo dal ponte Margherita. Si tratta di opere importanti, perché facilitano gli scambi commerciali in un vasto comprensorio, che va dal mare alla montagna. Se a tutto ciò si aggiunge l’arrivo della ferrovia, che, dal 1869, permette da Corigliano di spostarsi velocemente verso Taranto e verso Rossano, si capisce quanto stia cambiando il paese e la regione. Tutto ciò significa che l’Unità d’Italia, attuata nel 1861, in fondo, sta mettendo in moto, sia pure lentamente, un chiaro processo di rinnovamento strutturale.
A proposito, a quella data Corigliano fa 10.624 abitanti; venti anni dopo, ne conta 12.461. Per recarsi a Cosenza, si impiegano, naturalmente in carrozza, oltre 14 ore. Incredibile, ma vero.

Alla fine, la costruzione di un nuovo acquedotto, nel 1845, più volte ampliato, in seguito, con la captazione di altre sorgenti nella zona montana di Migliuri, nonché l’apertura del Cimitero nel 1887, ed in ultimo l’arrivo della luce elettrica nel 1895, che sostituisce quella a petrolio nelle case e fuori, rendono Corigliano più pulita e bella.
Una curiosità: il ponte-canale, il famoso Arco, che porta l’acqua da un colle all’altro della città, viene restaurato nel 1852, cosicché con la costruzione di due muriccioli laterali alla sua sommità, diventa una via di collegamento interno, proprio come la si vede oggi.
Intanto, in paese, si contano oltre 13mila abitanti. Gli uomini lavorano nei campi o in bottega, pochissimi quelli che svolgono una professione; altrettanto pochi i ragazzi che frequentano le Scuole elementari, ubicate nei locali dei conventi; le donne sono tutte casalinghe. Dal 1866 per i ragazzi più bravi c’è anche una scuola nuova, il ginnasio-convitto Garopoli, corrispondente alla Scuola media e alle prime due classi ginnasiali del Liceo classico di oggi. Vi è uno sportello bancario, un orfanotrofio funzionante nel convento dei Cappuccini, e vi è anche un teatrino, poi, sostituito nel 1894 da un teatro vero, il Principe di Napoli, quello che nel corso della prima guerra mondiale diventa Trieste e Trento, ed in ultimo, nel 1927, cinema e teatro Vincenzo Valente. Ma c’è di più: un telefono in casa del Barone Compagna, 15 mulini sul Coriglianeto, di cui uno elettrico, un ufficio postale e telegrafico, una lavanderia, una tipografia, due bande musicali, stabilimenti oleari e fabbriche di liquirizia, botteghe in cui si costruiscono pipe e chitarre battenti, nonché laboratori per la fabbricazione della felpa e fornaci per la produzione di calce, mattoni e tegole. Infine, c’è un giornale periodico, Il Popolano, che registra tutto ciò che avviene in città per cinquant’anni. Imitato, amato ed odiato, nessuno riesce da allora a farne uno eguale. Ci sono anche molte cantine, nelle quali si vendono oltre 50mila barili all’anno di buon vino rosso e bianco.
Una novità in assoluto: inizia l’emigrazione verso le Americhe. Nel 1880 partono, infatti, i primi tre Coriglianesi. Il flusso migratorio è destinato, purtroppo, a diventare di enorme proporzione. Più tardi, nel 1911, per gli emigranti viene istituita un’apposita scuola.
Termina così un altro secolo. Prima di chiuderlo, però, per passare oltre, vanno segnalati due ultimi fatti, uno bello e l’altro triste. Il bello: l’11 dicembre del 1891, visita Corigliano il Principe ereditario, il futuro Vittorio Emanuele III. L’accoglienza nel paese e nel castello è eccezionale. Le casse comunali e quelle della famiglia Compagna ne risentono per un bel poco. Quello triste: il 16 settembre del 1898 l’alluvione ingrossa le acque del Coriglianeto, che straripa ed uccide due povere lavandaie, colte di sorpresa.

Ed a proposito di donne, c’è da segnalare che il 17 gennaio del 1891 alcune donne organizzano una rivolta per l’aumento del dazio sulla farina. Finiscono in galera insieme ad un gruppo di poveri ragazzi.
Uomini degni di ricordo, nati nel secolo, ne troviamo tanti: Giuseppe Amato, noto autore della Crono-Istoria di Corigliano Calabro; Tommaso Bonparola, medico; Francesco Dragosei, tipografo, direttore del giornale periodico Il Popolano, impresario teatrale, animatore del primo cinema ed infine direttore della banda cittadina; Francesco Grillo, storico; Costabile Guidi e Francesco Maradea, poeti; Costantino Mortati e Luigi Palma, costituzionalisti; Giacomo Patari, autore di un Cenno storico su Corigliano Calabro; Francesco Pometti, storico e letterato; Antonio Ungaro, detto Ciccuzzi, il poeta in lingua ed in dialetto più genuino della città; Vincenzo Tieri, autore di commedie; Vincenzo Valente, autore di operette. (2^ e ultima parte)