
pagina facebook “La setta dei poeti estinti” di Emilio Fabio Torsello
In questa torrida estate italiana, mentre il caldo sferzava spiagge ricolme di persone in cerca di un sollievo da una canicola crudele, la RAI ha comunicato l’intenzione di chiudere dal primo ottobre prossimo il canale Rai Scuola, a motivo degli scarsi ascolti fatti registrare negli anni dalla rete dedicata a studenti e docenti, per sostituirla con “Italiana”, un format dedicato all’italianità e alle tradizioni nostrane. E mentre il Paese discute di Report, Ranucci, Lavitola e altre amenità altrettanto sconfortanti, la decisione riguardante Rai Scuola sembra quasi passata in sordina, ormai senza appello, come fosse un progetto già morto da tempo.
C’è un precedente che forse molti hanno dimenticato: prima della chiusura di questa rete, nel 2024 e dopo ben 190 puntate, era stato soppresso anche un altro programma di spessore nell’alveo di Rai Cultura: “Alla scoperta del Ramo d’oro”, dove il bravo Edoardo Camurri realizzava approfondimenti e interviste con docenti e intellettuali, filosofi, matematici e letterati, usando un linguaggio semplice e accessibile, in una fascia oraria – quella del dopopranzo – pensata proprio per gli studenti che tornavano da scuola e accendevano la televisione. Lo smantellamento dei contenuti culturali sulla RAI, dunque, non è qualcosa che inizia oggi. Ancor prima, nel 2020, si era verificata una forte mobilitazione per l’ipotesi che era circolata di chiudere Rai Storia – eventualità poi scongiurata. Da qualche tempo, insomma, la Cultura nella televisione di Stato è avvertita come un orpello ostaggio degli ascolti e non come una opportunità da garantire a prescindere dai numeri a quanti volessero usufruirne.

Va detto che per la RAI, quella di Rai Scuola non è una chiusura, tutt’altro, al massimo è un trasloco: i contenuti si sposteranno online. Secondo viale Mazzini, infatti, gli studenti ormai utilizzano soprattutto Rai Play e quindi non ha più senso un canale di approfondimento dove, a meno di essere davanti alla televisione in un dato momento, si rischia di perdere trasmissioni recuperabili invece on demand online. Per usare le parole dell’azienda: «I contenuti educativi – scrivono – devono essere disponibili quando servono agli studenti, non soltanto quando vengono trasmessi». Beh se questo ragionamento fosse vero anche solo in minima parte, allora bisognerebbe chiudere tutti i canali televisivi e spostare sul web l’intera produzione Rai – con un grande risparmio di soldi pubblici, forze e strutture. Qualcuno dovrebbe avvisare i vertici di viale Mazzini. Il paradosso e la giustificazione malferma sono evidenti.
L’azienda snocciola allora gli ascolti di Rai Scuola: 0,14% di share medio nel 2024, 0,13% nel 2025 e circa 0,09-0,10% nei primi mesi del 2026. Numeri comunque ottenuti – questo viene omesso – dopo e nonostante continui e sempre più costanti tagli del budget e senza uno strutturato supporto al canale, la cui esistenza di rado è stata pubblicizzata sulle tre reti principali, cosa che invece viene fatta in modo costante per la piattaforma Rai Play.
Va detto poi che a fruire dei contenuti di Rai Scuola non erano solo i docenti e gli studenti ma anche “un pubblico di adulti, spesso anziani, per i quali il canale lineare era un accesso quotidiano ai documentari scientifici di qualità, e ai quali, in cambio, si darà una replica di un programma di racconto “del territorio”, già visto su uno dei canali principali della Rai”, come ha sottolineato la lettera di Scienza in Rete firmata da docenti universitari, insegnanti e ricercatori di prim’ordine.
La decisione di creare un canale televisivo dedicato al sapere, all’istruzione e agli studenti nasce nel lontano 1964, con un accordo tra la televisione di Stato e il Ministero dell’Istruzione. Nel 2009 la rete viene poi chiamata “Rai Scuola” e durante la pandemia divenne uno dei caposaldi della divulgazione e del supporto all’apprendimento, mentre il lockdown costringeva tutti quanti noi a casa.
Oggi questo progetto rischia di finire proprio quando ci sarebbe invece una grande necessità di rilanciare un canale come Rai Scuola. Per capirne l’urgenza, basti pensare che nel 2024 uno studio dell’OCSE certificava che un terzo degli italiani partecipanti al sondaggio (effettuato su scala europea) non è in grado di decodificare e capire un testo di minima complessità, si tratta di persone che riescono a “comprendere giusto testi brevi ed elenchi organizzati quando le informazioni sono chiaramente indicate”. A questo si aggiunga che più di due terzi degli italiani saprebbero effettuare ormai solo calcoli elementari.
Ma c’è di più: secondo uno degli ultimi rapporti Censis citato dal Fatto quotidiano, “il 50% degli italiani non sa indicare correttamente il secolo della rivoluzione francese, circa il 30% non conosce l’anno dell’unità d’Italia o quando è entrata in vigore la Costituzione, né quando è caduto il muro di Berlino, il 42% non sa quando l’uomo è sbarcato sulla Luna e il 13% cosa fosse la Guerra Fredda. Il 41% crede che Gabriele D’Annunzio sia l’autore de L’infinito, per il 35% Eugenio Montale sarà stato “un autorevole presidente del Consiglio degli anni ‘50”, il 18,4% non può escludere che Giovanni Pascoli sia l’autore de I promessi sposi e il 6% non pensa che Dante Alighieri abbia scritto La divina commedia. Infine, per il 35,9% Giuseppe Verdi avrebbe composto l’inno nazionale, mentre per il 32,4% la Cappella Sistina potrebbe essere stata affrescata da Giotto o Leonardo da Vinci, ma certamente non da Michelangelo”. E la responsabilità non è della scuola o può esserlo solo in parte: i libri ci sono, non scappano davanti agli studenti che volessero studiarli – al massimo accade il contrario. Ma il capitolo sulle condizioni in cui è stata ridotta la scuola negli ultimi decenni – sia in termini di indicazioni ministeriali sia di riconoscimento sociale dei docenti e del sapere insegnato nelle aule – meriterebbe un approfondimento a parte.
È questo dunque il contesto in cui la televisione pubblica – invece di sostenerlo, dargli spazio e supportarlo – decide di smantellare il canale Rai Scuola. E chissà, forse un giorno saremo costretti a scomodare un novello Maestro Manzi, per ricordare ai molti che già oggi pensano e scrivono uno strafalcione dietro l’altro, l’uso corretto della grammatica italiana (e non solo).