
di Francesco Dell’Accio (*)
Unical 11/08/2026. Oggi il Prof. Gennaro Infante ha inoltrato a me e al prof. Vittorio Colao la mail di un ragazzo che sta per scegliere il proprio percorso universitario. È indeciso tra Matematica e Medicina. Ma una cosa dice di saperla già: vorrebbe dedicare la propria vita alla ricerca. Poi pone alcune domande: Che cosa significa davvero fare ricerca in Matematica? Che cosa fa, concretamente, un ricercatore?
Dove sta la bellezza della Matematica? Per diventare ricercatori occorre soprattutto talento oppure perseveranza? E come si può sapere, a diciotto o diciannove anni, se la matematica che ci piace a scuola continuerà a piacerci quando diventerà molto più astratta?
Gennaro gli ha offerto un colloquio. Io vorrei provare a rispondere qui. Non soltanto a lui, ma a tutti i possibili “Federico” che in questi giorni stanno facendo una scelta importante.

Che cosa significa fare ricerca in Matematica? Significa, prima di tutto, imparare a stare davanti a qualcosa che non si sa fare. A scuola e, in buona parte, all’università, affrontiamo problemi dei quali qualcuno conosce già la soluzione. Il ricercatore lavora invece là dove la soluzione non è scritta in fondo al libro. E qualche volta non sappiamo neppure se una soluzione esista. Nel concreto si studia moltissimo. Si leggono lavori di altri. Si fanno calcoli. Si formulano congetture. Si tenta una dimostrazione e si scopre che non funziona. Si ricomincia. Si parla con colleghi, con studenti, con persone che vedono il problema da un punto di vista diverso. Nel mio campo si programma anche, si costruiscono algoritmi, si fanno esperimenti numerici, si cerca di capire se ciò che la teoria suggerisce accade davvero.
E si sbaglia!!! Molto!!! Poi, qualche volta, dopo giorni, settimane o mesi durante i quali sembra di non essere andati da nessuna parte, si vede qualcosa che prima non si vedeva. È uno dei momenti più belli che io conosca.
Qual è, allora, la bellezza della Matematica? È difficile spiegarla a chi non l’ha ancora incontrata davvero. È la bellezza di scoprire un ordine dove prima sembrava esserci soltanto complessità. Di accorgersi che oggetti apparentemente lontanissimi obbediscono alla stessa idea. Di vedere una lunga serie di calcoli condensarsi improvvisamente in un argomento semplice. Di capire non soltanto che una cosa funziona, ma perché non potrebbe essere altrimenti.
Per me, che mi occupo di Analisi Numerica e Teoria dell’Approssimazione, c’è poi un fascino ulteriore: il punto nel quale l’astrazione incontra il calcolo. Un teorema diventa un algoritmo. Un’idea matematica diventa qualcosa che possiamo calcolare, approssimare, visualizzare, utilizzare. Ma la Matematica ha molte anime. E ciascuno, se continua abbastanza a lungo, trova la propria.
Bisogna essere molto talentuosi? Il talento conta. Sarebbe sciocco sostenere il contrario. Ma non credo affatto che la ricerca sia riservata a una piccola specie umana chiamata “geni”. Servono curiosità, disciplina, immaginazione. Serve una certa capacità di astrazione. Ma servono soprattutto pazienza, umiltà e una straordinaria disponibilità a ricominciare.
Ho trascorso alcuni anni della mia formazione allo Steklov Institute di Mosca, nella scuola matematica di A. G. Vitushkin. Se c’è una cosa che quell’esperienza mi ha insegnato è che, davanti a un problema vero, essere intelligenti non basta. Bisogna saperci rimanere. Anche quando non viene niente. Anche quando l’idea che sembrava bellissima si rivela sbagliata. Anche quando qualcun altro arriva prima.
Anche quando occorre buttare via settimane di lavoro. La perseveranza non sostituisce il talento. Ma il talento senza perseveranza, nella ricerca, può servire a molto poco.

E a quel ragazzo che scrive di essere sempre andato bene a scuola e nelle gare di matematica, ma teme di «non essere sufficientemente portato», direi una cosa molto semplice: non rinunciare a un sogno perché temi oggi di non essere abbastanza bravo per realizzarlo domani. Lascia che sia il cammino a dirti fin dove puoi arrivare.
E se la Matematica universitaria, diventando astratta, non mi piacesse più? Questo rischio esiste. La Matematica dell’università non è semplicemente la matematica del liceo resa più difficile. A un certo punto cambia il modo di pensare. Le definizioni diventano centrali. Le dimostrazioni contano più della rapidità del calcolo. Bisogna imparare a muoversi tra strutture, ipotesi, esempi e controesempi. Ci si accorge che una domanda apparentemente innocente può richiedere anni di lavoro. Per qualcuno è una delusione. Per altri è precisamente il momento in cui comincia l’amore vero per questa disciplina.
Come scoprirlo prima? Non completamente. Le cose importanti della vita raramente permettono una prova generale prima di essere vissute.
Ma un indizio c’è. Se davanti a un problema non vi interessa soltanto trovare il risultato, ma sentite il bisogno di capire perché; se una dimostrazione elegante vi procura più soddisfazione di cento esercizi svolti velocemente; se davanti a qualcosa che non capite la prima reazione, dopo la frustrazione, è la curiosità; se ogni risposta tende a generarvi un’altra domanda… allora vale la pena provare.
Non scegliete Matematica perché qualcuno vi dice che siete bravi. E non sceglietela neppure perché vi promettono un mestiere, uno stipendio o un futuro assicurato. Sceglietela se sentite che volete capire. Poi lavorate. Molto. Il resto non è scritto da nessuna parte. Ed è forse proprio questa la cosa più bella.
A Federico, e a tutti i Federico che stanno scegliendo in queste settimane, dico soltanto questo: venite a conoscere la Matematica vera. Non vi prometteremo che sarà facile. Possiamo promettervi qualcosa di meglio: che avrete ancora moltissime cose da scoprire.

(* Cordinatore dei CdS in Matematica e in Mathematics dell’UniCal*)
–Fonte Facebook–