
Alcuni ambienti storici con la complicità del dominante “politically correct” stanno mettendo in atto, da tempo, un maldestro tentativo di rivalutazione storica di certi personaggi che la storia aveva, finora, condannati all’ignominia come feroci e sanguinati despoti.
NERONE
La storiografia moderna ha avviato una profonda rivalutazione di Nerone, ridimensionando l’immagine del tiranno sanguinario e folle tramandata dagli storici antichi di estrazione senatoria come Tacito e Svetonio. Gli studi storici e archeologici attuali leggono il suo principato (54-68 d.C.) come un tentativo di rinnovamento politico, economico e culturale in aperto conflitto con i privilegi dell’aristocrazia tradizionale.
CALIGOLA
La rivalutazione storica di Caligola (Gaio Giulio Cesare) ridimensiona la sua presunta follia. Gli storici moderni leggono le sue stravaganze e i suoi atti autocratici non come capricci di un despota malato, ma come una lotta lucida contro il Senato per imporre una monarchia assoluta di stampo orientale ed ellenistico, ripulendo la sua immagine dai pregiudizi delle fonti ostili.
ROBESPIERRE
La rivalutazione di Maximilien de Robespierre è un processo storiografico iniziato tra la fine dell’Ottocento e il Novecento – in particolare con la storiografia socialista e marxista di Albert Mathiez – che ha cercato di rileggere l’operato dell'”Incorruttibile” non solo come il volto sanguinario del Terrore, ma come un progetto di radicale giustizia sociale, democrazia e uguaglianza.
Poi, stranamente, il processo s’inceppa, quando si cerca di voler approfondire sulla figura di Mussolini, per via di quel DIKTAT imposto dalla sinistra: BISOGNA PARLARNE SOLO MALE! Solo male. Guai, se no! Ma sono molti (spesso avversari e nemici del dittatore) che riconoscono certi meriti del fascismo richiamandone alcuni dei molti successi. Ne danno testimonianza illustri personaggi, protagonisti della storia del ‘900, oltre, addirittura, a giornalisti di insospettabile fede antifascista. Ma bisogna andarci cauti a parlarne bene, si corre il rischio di cadere nelle grinfie dell’Inquisizione Antifascista ed essere incriminati di “apologia di fascismo”, assurdo reato d’opinione vigente soltanto in Italia, Paese Democratico che si vanta di garantire il sacro principio della libertà di parola, di opinione e di pensiero. Ma sentiamo a riguardo il giudizio di alcuni spiriti liberi.
GIORGIO BOCCA ( … della verità) sul fascismo
di Marcello Veneziani 27 Agosto 2020

Cent’anni fa nasceva Giorgio Bocca, scarpa grossa e penna acuta del giornalismo di sinistra. Non tirerò fuori gli scheletri fascisti dal suo armadio, premiato da Mussolini, il suo razzismo conclamato in uno scritto del ’42, la recensione empatica dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion, bibbia dell’antiebraismo, e nemmeno le successive crudeltà di capo partigiano, i suoi vizi proverbiali, i suoi brontolii antimeridionali, l’attaccamento arcaico al soldo o la sommaria grossolanità di certi suoi libri. Ma riprenderò un aspetto totalmente rimosso: il suo revisionismo storico in tema di fascismo. Bocca precedette Pansa nel rivedere il giudizio negativo sul fascismo, e in modo radicale.
Bocca dialogò cordialmente con Giorgio Almirante su Storia Illustrata diretta allora da Giordano B. Guerri (se ben ricordo c’erano anche Indro Montanelli e Oreste Del Buono). Poco tempo prima aveva dialogato con me sull’Espresso condividendo la necessità di sdoganare la destra e aprire il dialogo con la sinistra (il servizio seguente sullo stesso tema era firmato da Paolo Mieli).
“La cultura italiana si è resa conto che la storia del fascismo, così come è stata scritta dagli antifascisti in questi anni, è storia da rivedere. È una storia che io chiamerei di famiglia”. “Il più grave errore mi sembra quello di aver raccontato la storia del fascismo come la storia di un movimento autoritario, violento… Ma la realtà del fascismo nascente è tutt’altra: il fascismo è un movimento violento e autoritario che reagisce a un’altra minoranza, altrettanto violenta e autoritaria, come quella socialcomunista”. “Tra socialismo e fascismo c’è una matrice culturale comune, ci sono delle illusioni comuni: che gli uomini possano essere cambiati in breve spazio di tempo”. “Nel 1936, all’epoca dell’impero credo che il 90% degli italiani approvasse quello che rappresentava anche il loro sogno”. “Il consenso ci fu per tutto il periodo, diciamo così riformistico del fascismo, fino al patto con la Germania”. “Gli intellettuali italiani, secondo la loro tradizione millenaria, passarono subito al servizio del fascismo. Si sa che i professori universitari che non giurarono fedeltà al fascismo furono tre e non di più (in realtà erano 11, diventarono 12). Tutti gli altri si misero dalla parte del fascismo che verso di loro, in verità, a differenza di altri regimi totalitari, fu piuttosto morbido. Il fascismo si differenziò proprio nell’essere largo nel lasciare autonomia alle scienze e alle arti”. “C’era una posizione abbastanza permissiva da parte del fascismo”. “Mussolini in campo culturale è stato un grandissimo giornalista e un politico professionale del suo tempo…come Gramsci, Togliatti, Nenni. Rispetto agli altri dittatori totalitari Mussolini era un uomo di mondo, aveva letto i libri giusti, aveva dei rapporti corretti con la cultura, mentre Hitler e Stalin non li avevano”. “Al di fuori del giornalismo non ha mai preso un soldo dallo Stato”. “Per il delitto Matteotti non credo che si possa parlare di mandante diretto, credo che sia stato interpretato in modo estensivo un suo scatto di malumore… Mussolini diede in escandescenza contro di lui ma senza mai dire ‘uccidetelo”. “La politica sociale del fascismo fu nei primi anni una politica riformista normale, furono introdotte alcune leggi che facilitavano l’agricoltura, mettevano un primo ordine nei luoghi di lavoro; assicuravano con l’IRI un industrialismo assistito, una rinuncia al capitalismo feroce”. “Eravamo un paese arretrato, con una classe imprenditoriale anch’essa arretrata, e ad un certo punto fu giocoforza fare un’economia protezionista”. “Il fascismo, nato come regime di massa, fece partecipare alla vita politica un numero maggiore di persone. I ceti medi, infatti, che nel regime liberale non avevano contato, sotto il fascismo, pur nei modi e nei limiti previsti, partecipavano alla vita politica”. “Non è esistito un razzismo degli italiani diverso dal razzismo di tipo coloniale… era politica di dominio non di sterminio. “Il popolo italiano le leggi razziali non le ha sentite per niente; l’adozione delle leggi razziali per adeguarsi alla Germania nazista furono una prova di subalternità rispetto alla Germania”. “In tutto il fascismo fino al 1935, non c’è la minima traccia di razzismo antisemita”. “Le affinità tra nazismo e fascismo sono pochissime e sono affinità di metodo: sono due regimi di massa, a partito unico, autoritari; ma le differenze sono molto più grandi delle somiglianze. Veramente fra fascismo e nazismo non c’è alcuna parentela”. “La concezione della razza resta fondamentale per differenziare il fascismo dal nazismo”. “Mussolini dell’ultimo periodo è stato un Mussolini con le mani legate, indubbiamente. Io credo che il motivo dominante dell’alleanza con la Germania sia stata la paura”. Erano le tesi di Renzo De Felice.
-CORRADO AUGIAS:

“LE BONIFICHE, UN MERITO DEL FASCISMO”
Si chiamavano, e si chiamano, Aprilia, Fertilia, Carbonia, Guidonia, Sabaudia, Pomezia, le città sottratte alla malaria e all’incuria.
Littoria ha cambiato nome diventando Latina. Al Duce, per quella bonifica, bisogna rendere grazie, morto lui, nessun altro l’avrebbe più fatta. l’Architettura Fascista, poi, col razionalismo tanto esecrato, e l’urbanismo fascista, furono esempi di una pianificazione studiata messi in pratica da un governo responsabile.
-SANDRO PERTINI:

“Mussolini progettò la bonifica pontina e riuscì a far crescere il grano dove c’erano paludi e malaria. Fu una grande opera, sarebbe disonesto negarlo.
Ricordo che il mio amico Treves era preoccupato. Sandro, mi diceva, se questo continua così siamo fottuti”
WINSTON CHURCHILL: La grande stima per Benito Mussolini
e per il Fascismo
Perché Winston Churchill provava così tanta stima nei confronti di Benito Mussolini?
Churchill, da buon inglese DOC, nutriva un sovrano disprezzo per chiunque non fosse british; idem dicasi per qualunque nazione, forma di governo, associazionismo etc. che non fosse di matrice albionica.
In tutto ciò, considerava l’Italia la somma dei difetti possibili, in quanto paese latino, mediterraneo, e cattolico. Per un paese così, l’unica forma di governo possibile, era una dittatura paterna e un po’ severa; l’alternativa, era cadere sotto dittatura comunista (e l’esperienza ungherese con Bela Kuhn, il Biennio Rosso, oltre alla guerra civile spagnola, la rendono una ipotesi possibile). E Mussolini, per questo ruolo era perfetto
Storia
CHURCHILL nel 1927 aveva dichiarato: “Se io fossi italiano sarei stato con voi fin dal principio. Il vostro movimento ha reso un servigio al mondo intero” (Bruno Vespa ‘Perché l’Italia amò Mussolini’, tratta da un articolo del CdS, 21 gennaio 1927).
All’indomani della morte di Mussolini: “Così finirono i 21 anni della dittatura di Mussolini in Italia. Durante i quali egli aveva salvato il popolo italiano dal bolscevismo in cui avrebbe potuto sprofondare nel 1919, per portarlo in una posizione in Europa quale l’Italia non aveva mai avuto prima… L’alternativa al suo regime avrebbe potuto essere un’Italia comunista, che non sarebbe stata fonte di pericolo e sciagura di natura diverse per il popolo italiano e per l’Europa…. Le grandi strade che egli tracciò resteranno un monumento al suo prestigio personale e al suo lungo governo”. (Churchill ‘La seconda guerra mondiale’, Oscar Mondadori – volume nono pag. 63).
E anche: Il genio romano impersonato in Mussolini, il più grande legislatore vivente, ha mostrato a molte nazioni come si può resistere all’incalzare del socialismo e ha indicato la strada che una nazione può seguire quando sia coraggiosamente condotta. Col regime fascista Mussolini ha stabilito un centro di orientamento dal quale i paesi che sono impegnati nella lotta corpo a corpo col socialismo non devono esitare ad essere guidati». Discorso di Churchill il 18 febbraio 1933, (R. De Felice, ‘Mussolini il duce. Gli anni del consenso 1929-1936′).
ROOSEVELT e/o MUSSOLINI

L’avvento del fascismo fu salutato negli Stati Uniti con sentimenti contrastanti, ma per tutti gli anni Venti la figura di Mussolini venne spesso descritta oltreoceano con toni molto positivi, in primo luogo per la sua «funzione» anticomunista. Non mancarono articoli e resoconti che ritraevano il Duce come un vero e proprio condottiero capace di risollevare le sorti italiane, mentre i capitali americani giocarono un ruolo importante dopo la fine del primo conflitto mondiale per la ripresa economica della penisola.
Nel 1932, il passaggio da un’amministrazione repubblicana a una democratica, con l’elezione di Franklin Delano Roosevelt, sembrava poter interrompere questa tendenza. Tutt’altro: il presidente americano e il capo del fascismo inaugurarono una stagione di fiducia reciproca e rapporti cordiali, con uno scambio di lettere datato 1933 quale testimonianza più importante. In quell’anno, il ministro delle Finanze Guido Jung, in visita negli Stati Uniti, consegnò direttamente a Roosevelt un regalo di Mussolini, due Codici di Virgilio e Orazio di grande valore. Da quel momento, la ricerca di soluzioni alla Grande depressione divenne la base sulla quale impostare contatti e relazioni profonde.
Caro Franklin, dear Benito
Il rapporto tra i due personaggi storici, e in particolare tra il corporativismo fascista e il New deal americano, è una miniera di scoperte. Politici, diplomatici, intellettuali ed economisti, tra le due sponde dell’Oceano, animarono negli anni Trenta una grande stagione di studi che andò spesso oltre i pregiudizi ideologici, stimolando riforme e dibattiti sui temi sociali che lasceranno traccia nelle due nazioni per decenni, dopo un periodo in cui erano stati i problemi dell’avversione al comunismo e della stabilità politica a farla da padrone. Furono i temi della tecnica, delle opere pubbliche, dell’occupazione, della contrattazione collettiva e del controllo del mercato per superare i dogmi dell’economia classica ad animare molti spunti e relazioni tra i sostenitori del corporativismo del regime e gli animatori del New deal.
GALLI DELLA LOGGIA: LE COSE BUONE DEL FASCISMO

Ce lo doveva spiegare l’illustre e stimato politologo Ernesto Galli della Loggia che si può dire che “il fascismo fece anche cose buone”. E che, dunque, si può osservare dal finestrino della propria auto il verde della bonifica Pontina senza doversi tappare la bocca e castrare la mente. È un errore quella “pulizia etnica sul Ventennio”, ammette ora il noto editorialista di origini socialiste, mai comunista seppure votò il Pci, che ha dedicato alla questione un recente articolo sul Corriere della Sera. Ha scritto: “Pensare — come sembrano pensare molti democratici — che il semplice fatto di dire che il fascismo ha fatto ‘anche delle cose buone’ equivalga ad essere dei criptofascisti, e che una tale opinione diffusa testimoni di un pericolo fascista, pensare ciò implica conseguenze inaccettabili”. Il fine docente di storia contemporanea, intuita nell’astensione una pericolosa disaffezione e un distacco rischioso, prima che gli intellettuali liberali e di destra si sveglino dal sonno nichilista e la piccola oligarchia si scuota dallo stretto giro di interessi, se n’è uscito con un paragone spiazzante: “All’indomani del rapporto Krusciov sui crimini dello stalinismo Palmiro Togliatti, segretario del Partito comunista, diede sull’argomento una famosa intervista, nella quale a un certo punto si legge testualmente ‘Stalin non commise solo errori ma fece anche delle cose buone’. Ora mi chiedo: se — a proposito di colui che era responsabile dell’assassinio di alcuni milioni d’innocenti — una persona avveduta come Togliatti poteva, senza che nessuno lo accusasse di voler impiantare il gulag in Italia, dire una verità lapalissiana come questa (ad esempio aver contribuito alla vittoria sul nazismo, sia pure dopo essercisi alleato, era stata certamente una ‘cosa buona’), perché mai, invece, dire di Mussolini che ’ha fatto anche delle cose buone’ — come hanno sempre detto e dicono ancora oggi milioni di nostri concittadini — dovrebbe essere la prova allarmante che gli italiani non hanno mai smesso di essere fascisti, e che perciò l’Italia intera corre sempre il rischio di divenire tale?”. La disquisizione di Galli della Loggia, secondo cui sbaglia chi sostiene che il “pur buono” non regge di fronte a chi ha compiuto “il male assoluto”, si fonda su due considerazioni. La prima: “è una idiozia pensare che ci siano periodi della storia o tutti bianchi o tutta neri” e che se uno “non condanna in toto” è già dalla parte del torto. La seconda: “così si dimostrerebbe di non avere alcuna fiducia nell’amore e nel gusto per la libertà degli italiani”. Da qui la conclusione dell’editoriale: “Davvero la Repubblica deve avere paura ancora oggi, dopo settant’anni, del ricordo della bonifica pontina e delle trasvolate di Italo Balbo?”
Ernesto Scura
NOTA FINALE
ALDO CAZZULLO, portatore cronico di quel “male oscuro” di cui soffrono tutti i malati di antifascismo acuto, nella rubrica del corriere a lui riservata, “lo dico al corriere” scrive, con titolo: “La libertà di scrivere quello che si pensa”, di cui sotto riportiamo uno stralcio, in risposta ad un lettore, un esemplare elogio di Giorgio Bocca, descrivendolo come campione di giornalismo indipendente, tacendo, però, sulla sua ammirazione per l’operato di Mussolini.
CAZZULLO ELOGIA BOCCA CHE ELOGIA IL DUCE.

