
di Giulio Iudicissa
In questo clima di depressione si apre il secolo nuovo, il 1400 per l’appunto, che registra ancora la testarda lotta tra Angioini ed Aragonesi per il possesso dell’Italia meridionale.
Nel 1442 la partita si chiude definitivamente a favore degli Aragonesi, che così s’insediano anche nella terra di Calabria.
Essi non hanno, però, vita facile, perché sotto-sotto l’antico ceto della ricca nobiltà resta loro ostile, fino ad organizzare contro il Re Ferrante, nel 1485 a Napoli, la congiura dei baroni. E siamo al dunque, dal momento che a tale congiura partecipa anche il Conte di Corigliano, Girolamo Sanseverino. Il Re ha la meglio ed i congiurati subiscono il carcere e la confisca dei beni. Questa è anche la sorte del Sanseverino, che perde il feudo ed il castello e termina i suoi giorni in carcere.

La situazione complessiva del Meridione, comunque, con i nuovi padroni cambia, un po’ in meglio, sia sotto il profilo politico-economico che sotto quello culturale.
Tornando a Corigliano, già nel 1450 circa, viene edificata la chiesa di S. Antonio, con annesso convento, da destinare ai Francescani minori, che lasciano l’originaria loro sede del Pendino. Ufficialmente si tratta di una specie di permuta tra Francescani e Sanseverino, con eguale vantaggio per entrambi: i Frati salgono in paese ed il Conte acquista una residenza in pianura. La realtà, invece, è che il Pendino, sulla strada d’accesso al paese e a ridosso del torrente Coriglianeto, è destinato a diventare sempre più appetibile sul piano agricolo ed industriale e perciò fa gola ai Sanseverino. La magnifica residenza, attraverso una serie di passaggi di proprietà, alla fine diventa, nel 1931, mattatoio comunale. Oggi, è un improvvisato ricovero per miseri cani randagi.
Che la zona si trovi in posizione strategica, lo conferma il fatto che di lì a poco, nel 1472, proprio in quest’area sorgono la chiesa ed il convento del Carmine, residenza dei Frati Carmelitani, che tanta parte hanno nella vita religiosa e culturale della città. Qui è monaco, tra l’altro, Pier Tommaso Pugliesi, autore della prima Istoria di Corigliano del 1707.
E intanto, nel 1476, o nel 1478 secondo altri, arriva a Corigliano, per desiderio dei Sanseverino, Francesco di Paola. Lui, fondatore dell’Ordine dei Frati Minimi, è già una leggenda. Per Corigliano diventa il Santo per eccellenza.

Qui, Francesco, in due anni di permanenza, opera miracoli, costruisce il piccolo Romitorio, la chiesa della SS. Trinità, detta di S. Francesco, con l’annesso convento, ma, soprattutto, dona al paese la preziosa acqua. Raccontano che un giorno, Lui, l’acqua vada a cercarla in montagna e, trovatala in località, poi, detta Bosco dell’acqua, la faccia scendere fino al convento, guidandola miracolosamente con la punta del suo bastone; da qui, la porti, poi, a contrada Ciorlìa, chiamata in seguito Acquanova, ed infine, per mezzo di un ponte canale, il famoso Arco, fino ai rioni che stanno intorno al castello.
Prima di lasciare il paese, accorda agli abitanti la sua protezione in caso di guerre e di terremoti.
Pochi anni dopo, infatti, già nel 1482, un terremoto distrugge il vicinissimo centro di Viscano ed i superstiti possono trovare rifugio a Corigliano, rimasta illesa. Altri sismi si succedono nel corso dei secoli, così come tante guerre, ma il paese viene in genere risparmiato, secondo la promessa. Solo nel 1806 Corigliano subisce l’aggressione di un forte esercito straniero, ma evidentemente, in tale occasione il paese non merita la protezione del Santo.
Intanto, un altro fatto importante aggiunge prestigio alla chiesa locale e, in un certo modo, rende più noto il paese: nel 1489, Domenico Salimbeni viene nominato Vescovo di Tortiboli nei pressi dell’odierna città di Benevento.
E chiudiamo questa breve passeggiata nel secolo, annotando due fatti: la nascita del ceto dei ricchi massari, una specie di imprenditori della campagna, e la venuta degli Albanesi. Per quanto riguarda questi ultimi, in verità, qualcuno già c’è, ma la migrazione più consistente si verifica ora, dal 1468 a scendere. Fuggono essi dalla loro terra, caduta in mano ai Turchi, e sbarcano sulla spiaggia della Schiavonea, per poi sistemarsi a Corigliano e nella zona collinare circostante, ove ora sorgono la cittadina di S. Demetrio e gli altri centri italo-albanesi.
La famiglia Sanseverino li accoglie abbastanza bene, un po’ perché è questo l’orientamento aragonese, un po’ perché i nuovi arrivati si intendono di agricoltura e sono bravi, soprattutto, ad impiantare uliveti e vigneti in aree difficili.
Più tardi, a rafforzare il rapporto, interviene anche un matrimonio: Pietrantonio Sanseverino sposa Erica Castriota, discendente della illustre famiglia albanese degli Skanderberg.
Anche questo secolo, infine, porta alla ribalta nuove famiglie. Sono quelle dei Castagnaro, Cioffi, De Rosis, Grandopoli, Grisafi, Morgia, Pisciotta e quella, poi, dei Sollazzi.