
a cura del dott. Luigi Petrone
La Chiesa di Santa Maria di Costantinopoli (la Riforma). Un’eredità francescana fuori le mura
Sono oramai al termine i lavori di restauro della chiesa della Riforma. Grazie ai fondi del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), nello specifico tramite il finanziamento Decreto 455/22 della misura 2.4 dedicata alla “Sicurezza sismica nei luoghi di culto, restauro del patrimonio culturale del Fondo Edifici di Culto e siti di ricovero per le opere d’arte”, è stato possibile il recupero. Così, ciò che versava in un grave stato di abbandono, grazie all’Arcidiocesi di Rossano-Cariati, al Segretariato Regionale del Ministero della Cultura in Calabria e alla Soprintendenza di Cosenza, presto sarà restituito alla Città.
Questa chiesa, o meglio il complesso dei Padri Riformati, sorge dove un tempo era un antico monastero di Santa Chiara costruito nel ‘500. La presenza a Corigliano dei Padri Francescani Riformati affonda le sue radici ai primi anni del Seicento. I frati giunsero qui nel 1605, insediandosi in un convento originariamente abbandonato dalle Clarisse situato appena fuori le antiche mura cittadine. Le Clarisse, per motivi di sicurezza, lasciarono questo luogo poiché il loro piccolo monastero si trovava fuori le mura e si trasferirono dove oggi si trova il loro ex complesso. Le Clarisse diedero la loro vecchia Casa ai Riformati, che appartenevano al loro stesso Ordine (quello Francescano) e grazie alla devozione della comunità locale verso la Vergine Santissima di Costantinopoli su un terreno concesso nel 1616 dalla Collegiata di San Pietro, prese vita la costruzione della chiesa e del loro convento. Era allora un’area fuori le mura ma già protagonista della crescita urbana extra moenia perché proprio di fronte alla chiesa si trovava la Porta civica della Riforma.
La chiesa, pur officiata fin dai primi decenni del Seicento, fu consacrata solo cinquant’anni più tardi, nel 1686, dal vescovo di Umbriatico Giovan Battista Pontio di Corigliano, come ricorda la lapide murata all’ingresso. Dedicata a Santa Maria di Costantinopoli, la chiesa presenta la tipica struttura francescana a navata unica, con coro quadrato e cappelle laterali disposte su un solo lato. La facciata, caratterizzata da linee semplici ma con il forte gusto scenografico di un timpano arcuato, accoglie tre finestre dall’archivolto mistilineo. Quello centrale, cieco, ospita un affresco settecentesco raffigurante la titolare tra i Santi Francesco e Chiara opera del pittore Pietro Costantini di Serra San Bruno ma attivo a Corigliano.
Nel corso dei secoli l’edificio ha vissuto alterne vicende. Dalla temporanea soppressione e riconversione a oratorio da parte della Confraternita dei Sette Dolori nel 1809, fino al ritorno ai frati nel 1822 e ai successivi interventi di restauro promossi grazie alla generosità di Baldassarre Solazzi Castriota.

Oggi l’interno, sebbene restaurato, è spoglio delle sue opere d’arte. Per o gravi problemi di staticità e inagibilità le opere erano state trasferite e messe in sicurezza nella Chiesa di Santa Maria. Ma i suoi capolavori d’arte sacra sono tutti salvi e meritano di essere ricordati auspicando un loro ritorno nella loro chiesa. Sulla pala d’altare spiccava una pregiata tela della prima metà del Seicento raffigurante la Madonna di Costantinopoli tra Santi e Monaci, un’opera che si distingue per la cura minuziosa del paesaggio e della natura morta. L’area presbiterale era separata da una raffinata balaustrata lignea con confessionali a inginocchiatoio integrati. Nell’abside quadrangolare si poteva ammirare un gruppo policromo del Seicento raffigurante il Calvario, attribuito alla scuola del frate francescano Giovanni Francesco Pintorno da Pietralia. Di straordinario interesse era pure la sagrestia che custodiva un capolavoro dell’intaglio ligneo locale realizzato alla fine del Seicento, un grande stipo finemente decorato con elementi fitomorfi, coppie di pavoni simboli di resurrezione e una piccola tela dell’Immacolata datata 1699.
Le Cappelle della chiesa, che si sviluppano solo su un lato, erano luogo di sepoltura di famiglie notabili. Le quattro cappelle custodivano tele di Nicola Oliva raffigurante San Gaetano con la Vergine (1794) e di Alberto Marchianò, un’Immacolata (1800). I pavimenti, impreziositi da lastre tombali, raccontavano la storia delle influenti famiglie cittadine (Abenante, Castriota, Solazzi, Luzzi, Garetti) che qui detenevano lo ‘jus sepelendi’.
Ci si augura ora che questo edificio, che prospetta su piazza Vincenzo Valente, possa essere valorizzato come luogo museale di storia, di fede ed essere restituito alla fruizione pubblica.