
“Ci sono oggetti che non smettono di parlare. Restano in fondo a un cassetto, dentro un baule, dimenticati per anni. Poi, un giorno, li ritrovi e ti accorgi che non erano mai davvero scomparsi. Conservavano una storia, una presenza, un gesto.
È da qui che nasce il mio modo di pensare la moda”.
Stiamo parlando con Giulia Gattuso, fashion designer e tutor didattico alla cattedra di Disegno e Rappresentazione dell’Università degli Studi di Firenze. Per la giovane fashion designer l’upcycling è prima di tutto uno sguardo: la capacità di vedere una possibilità là dove sembra esserci soltanto un oggetto arrivato alla fine della propria vita.
“Mi piace smontare, ricomporre, trasformare. Ho trasformato tappeti in borse da mare, materiali destinati a essere scartati in abiti e accessori. Ho smontato degli stivali Camper per recuperarne la materia e costruire nuove borse. Ogni volta cerco di non cancellare ciò che l’oggetto è stato, ma di lasciare che quella storia continui attraverso una nuova forma”.

Ma cos’è l’upcycling?
Praticare L’upcycling vuol dire trasformare ciò che esiste già per dargli una nuova vita e, spesso, un nuovo valore. A differenza del semplice riciclo, che prevede la trasformazione di un materiale per reintrodurlo in un nuovo ciclo produttivo, l’upcycling lavora sull’oggetto esistente cercando di conservarne tracce, identità e memoria. Nel mondo della moda significa ripensare materiali, capi e oggetti destinati a essere dimenticati o scartati, trasformandoli in qualcosa di nuovo senza cancellarne completamente la storia.
L’upcycling è un esercizio di immaginazione: significa guardare un oggetto non per ciò che è stato, ma per ciò che può ancora diventare; non soltanto una scelta legata alla sostenibilità, ma un linguaggio creativo capace di raccontare il tempo, le persone e le storie contenute nei materiali. Trasformare, senza cancellare. Dare futuro a ciò che ha già avuto una vita.
Poi la storia non cambia verso sé la custodisci e capita di ritrovare in fondo ad un baule Merletti lavorati all’uncinetto, ricami fatti a mano, piccoli frammenti di tempo intrecciati con pazienza dalla mia bisnonna. Ho pensato che quelle mani, così lontane dalla mia quotidianità, avessero ancora qualcosa da raccontarmi. Così ho deciso di non conservarli soltanto, custodendo la memoria. Li ho inseriti nelle mie magliette, li ho trasformati in decori, applicazioni, dettagli. Ho lasciato che il passato incontrasse il presente, che un gesto antico entrasse in un capo contemporaneo.
È stato allora che ho capito che l’upcycling, per me, è non soltanto dare una seconda vita alle cose, ma dare una nuova vita alle storie che le cose custodiscono.

La moda può diventare memoria.
Un merletto può smettere di essere semplicemente un merletto. Può diventare una traccia, una carezza, un frammento di una persona che non c’è più. Può attraversare il tempo e arrivare fino a noi, cambiando forma senza perdere la propria anima.
Mi piace immaginare un sottile filo che lega la mano che ha ricamato e la mano che oggi ridisegna e cuce, tra un baule chiuso e un abito che torna a vivere. Tra memoria e futuro. Ovvero indossare la memoria.
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