
“Oggi, davanti all’ampolla del sangue di San Gennaro, non vorrei chiedere un altro miracolo.
Vorrei chiedere che il prossimo miracolo sia quello di non averne più bisogno.
Vorrei che il prossimo 19 settembre, quando torneremo in questa cattedrale per celebrare ancora una volta la festa di San Gennaro, non ci sia altro sangue da aggiungere al sangue che oggi veneriamo.
Fa’ che nessuna madre abbia dovuto riconoscere suo figlio da una scarpa, da una fotografia.
Fa’ che i bambini della Palestina possano tornare semplicemente bambini.
Fa’ che possano imparare il suono della notte, senza dover distinguere un tuono da un missile.
Fa’ che in ogni terra la parola “domani” torni a significare qualcosa.
Fa’ che i potenti abbiano finalmente avuto il coraggio di essere più grandi delle loro armi.
Fa’ che chi vive di guerra abbia scoperto la vergogna.
Perché forse il male più grande non è soltanto la guerra.
È abituarsi alla guerra.
È svegliarsi la mattina e pensare che sia normale sapere di altri morti, di altre bombe, di altri bambini sotto le macerie.
𝙁𝙀𝙍𝙈𝘼𝙏𝙀𝙑𝙄. 𝙁𝙀𝙍𝙈𝘼𝙏𝙀𝙑𝙄.
Ogni persona che muore in una guerra non è soltanto un numero. Ha una casa, un nome, un profumo, una famiglia. E c’è qualcuno che quella sera continuerà ad apparecchiare la tavola, almeno con gli occhi, aspettando una persona che non tornerà più.
E poi c’è la nostra città.
Fa’ che chi vive di camorra abbia scoperto che esiste una vita diversa.
Perché anche la camorra è una guerra: quando si spara per il controllo di un territorio, quando un quartiere viene conquistato dalla paura, quando ai ragazzi viene tolta la libertà, quando la violenza diventa uno strumento di potere.
Se un ragazzo non torna a casa, abbiamo perso una battaglia.
Ogni volta che qualcuno compra, in silenzio, un altro pezzo di quartiere, abbiamo perso una battaglia.
E non c’è nulla di religioso nella camorra. Nulla.
Non serve accendere cento candele, non serve portare la Madonna sulle spalle, non serve portare i santi sulle spalle, se poi si spegne la vita del proprio fratello.
Non serve nemmeno pronunciare il nome di Dio pensando di lavarsi la coscienza.
𝙄𝙡 𝙎𝙞𝙜𝙣𝙤𝙧𝙚 𝙣𝙤𝙣 𝙙𝙞𝙫𝙚𝙣𝙩𝙖 𝙘𝙤𝙢𝙥𝙡𝙞𝙘𝙚 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙖 𝙫𝙞𝙤𝙡𝙚𝙣𝙯𝙖.
E allora, Gennaro, permettimi di consegnarti anche un desiderio.
Un desiderio che vorrei trasformare in una promessa.
Vorrei che il prossimo anno, quando torneremo qui a celebrare ancora una volta la tua festa, potessimo venire davanti a te non soltanto per chiederti qualcosa, ma per ringraziarti di qualcosa che sarà accaduto nella nostra città.
Vorrei poterti dire:
“𝙂𝙧𝙖𝙯𝙞𝙚, 𝙂𝙚𝙣𝙣𝙖𝙧𝙤, 𝙥𝙚𝙧𝙘𝙝𝙚́ 𝙉𝙖𝙥𝙤𝙡𝙞 𝙝𝙖 𝙛𝙞𝙣𝙖𝙡𝙢𝙚𝙣𝙩𝙚 𝙨𝙘𝙚𝙡𝙩𝙤 𝙙𝙞 𝙥𝙧𝙚𝙣𝙙𝙚𝙧𝙨𝙞 𝙘𝙪𝙧𝙖 𝙙𝙚𝙞 𝙨𝙪𝙤𝙞 𝙗𝙖𝙢𝙗𝙞𝙣𝙞 𝙚 𝙙𝙚𝙞 𝙨𝙪𝙤𝙞 𝙧𝙖𝙜𝙖𝙯𝙯𝙞.”
Perché abbiamo imparato a non accorgerci di loro soltanto quando una tragedia esplode, quando un ragazzo muore, quando una periferia diventa il luogo di una ferita che avremmo dovuto vedere prima. Grazie perché abbiamo imparato a prenderci cura prima.
Prima che una difficoltà diventi abbandono.
Prima che una fragilità diventi rabbia.
Prima che la solitudine diventi violenza.
Prima che un ragazzo smetta di credere di avere un posto nel mondo.
Vorrei ringraziarti perché avremo avuto il coraggio di mettere davvero i più piccoli al centro.
Perché chi ha paura abbia trovato qualcuno disposto a vivere accanto a lui e a camminare con lui.
Perché nessun bambino debba imparare troppo presto il significato della guerra.
Perché nessuna madre debba più riconoscere il proprio figlio da una fotografia.
Perché nessun ragazzo debba pensare che la violenza sia l’unica strada possibile.
E quando torneremo davanti alla tua ampolla, Gennaro, il prossimo anno, fa’ che possiamo raccontare non un’altra guerra, non altri morti, non altro sangue.
𝙈𝙖 𝙪𝙣𝙖 𝙜𝙪𝙚𝙧𝙧𝙖 𝙛𝙞𝙣𝙞𝙩𝙖.
Fa’ che possiamo venire qui per ringraziare.
Perché questo, davvero, sarebbe un miracolo.”