
Fonte: Gazzetta del Sud edizione del 16.4.2026 pagina 13 articolo di Giovanni Pastore
Da oltre un mese si vive in un mondo sottosopra, illustrato da impulsi negativi che continuano a scuotere dalle fondamenta i fragili equilibri sociali ed economici. La sospensione delle importazioni di prodotti petroliferi provenienti dal Golfo sta spingendo in alto le quotazioni di diverse commodities, dilatandone i tempi di consegna.
Le imprese, piccole e grandi, vibrano di tensioni in mezzo a un sistema produttivo piegato dalla superba turbolenza dei folli rincari dei prodotti energetici. Le violente sollecitazioni dei costi delle materie prime mettono sotto pressione un’ampia platea di aziende. Nella prima linea della guerra dei prezzi e dei mercati sconvolti dal conflitto, rientra anche il settore delle costruzioni che in Calabria aveva chiuso il 2025 continuando a rappresentare un presidio rilevante con oltre 21 mila unità, all’interno dello scenario produttivo regionale che mostra meno quantità, più specializzazione, maggiore selettività. Il giovane presidente regionale di Ance, Roberto Rugna, non nasconde la preoccupazione per gli effetti della guerra in Medio Oriente.

«La situazione – spiega il numero uno dei costruttori –, è già molto seria e va letta per quello che è: non una criticità contingente, ma un fenomeno strutturale che rischia di produrre effetti duraturi sull’intero comparto. Le tensioni internazionali stanno determinando un aumento generalizzato dei costi energetici e delle materie prime, con ricadute immediate sulla filiera delle costruzioni. Non parliamo solo di derivati petrolchimici, ma anche di materiali essenziali come acciaio e componenti legati alla logistica, il cui costo è fortemente influenzato dai trasporti. Il dato più preoccupante è l’instabilità: i prezzi non solo crescono, ma lo fanno in modo imprevedibile, con aggiornamenti continui che rendono estremamente complessa la programmazione dei lavori e la tenuta economica dei contratti. In questo quadro, il rischio non è solo un aumento dei costi, ma una progressiva perdita di equilibrio dell’intero sistema produttivo». Con gli aumenti che hanno già raggiunto il 30%, sono già stati chiesti interventi a Governo e Regione per dare speranza alle imprese in difficoltà. «Oggi siamo di fronte a una dinamica inflattiva che non può essere affrontata con strumenti ordinari. Intervenire solo su carburanti e bollette è necessario, ma non sufficiente. È indispensabile estendere l’attenzione anche ai materiali da costruzione, che stanno registrando rincari significativi e diffusi. La proposta è chiara: adottare strumenti già sperimentati in altre fasi di crisi, capaci di compensare gli effetti dell’aumento dei prezzi sui lavori pubblici e sui contratti in corso, evitando che l’intero peso ricada sulle imprese. Allo stesso tempo, è fondamentale un coordinamento a livello europeo. La crisi energetica in atto è stata definita senza precedenti e richiede risposte straordinarie, anche attraverso una maggiore flessibilità nelle politiche di bilancio. Il punto non è chiedere aiuti, ma garantire condizioni minime di operatività a un settore strategico». E sullo sfondo, si affaccia un rischio ancora più grande: l’aumento dei costi sulla filiera edilizia mette a rischio anche i cantieri del Pnrr. Non una ipotesi ma un timore assai concreto, come spiega Rugna: «Il rischio esiste ed è concreto, ed è giusto dirlo con chiarezza. Le imprese sono oggi strette tra due vincoli ugualmente stringenti: da un lato il rispetto rigoroso dei tempi del Pnrr, dall’altro un contesto di mercato in cui i materiali sono spesso difficili da reperire o presentano costi non sostenibili. A questo si aggiunge l’impatto dei carburanti e dei trasporti, che incide su tutta la filiera e amplifica ulteriormente le criticità. Il risultato è una pressione crescente sui cantieri, che rischia di tradursi in rallentamenti o, nei casi più critici, in blocchi operativi. Non è solo una questione di cronoprogrammi: è in gioco la capacità del Paese di portare a compimento gli investimenti e di rendicontarli nei tempi previsti. Per questo serve un cambio di passo immediato: intervenire ora significa prevenire una crisi più ampia. Rimandare significherebbe dover gestire effetti molto più complessi e costosi».



