
di Salvatore Martino
La festa di sant’Onofrio, col suo carico di storia e di tradizione, ripropone ogni anno, a noi che viviamo in questa parte di mondo, l’idea di un cristianesimo sobrio, essenziale, fatto di gesti e di valori autentici, che si richiamano direttamente al Vangelo.
Era e rimane la festa dei pastori, una festa rurale, lontana del chiasso e dal frastuono, dagli orpelli, dagli artifici, e dalle cose superflue con cui la società ama gingillarsi e illudersi, soprattutto di fronte alle nuove generazioni. Prova ne è la semplicità e la bellezza della chiesetta a lui dedicata che domina la valle del Colognati, antichissima, ricca di storia, semplice e accogliente nello stesso tempo. Centro di devozione e di preghiera dei fedeli e dei pellegrini che, ogni anno, vi si recano, in occasione della sua festa, per presentare al Santo, insieme alle preghiere, le difficoltà, le attese, i sacrifici, e le incognite di questo tempo che presenta più motivi di preoccupazione che di speranza.
Sant’Onofrio, dicono gli storici, era un eremita vissuto tra il IV e il V secolo in Egitto. Come Giovanni Battista aveva scelto di vivere nel deserto, si nutriva del poco cibo che quel luogo malagevole poteva offrire, e le sue giornate le trascorreva nel silenzio e nella preghiera, in interlocuzione col Signore.
Il suo messaggio, più che attutale, oggi ci richiama ad un cristianesimo di sostanza e non di apparenza, incarnato e non celebrativo, fatto di valori, di verità, e di scelte coerenti, non compatibili con certe rappresentazioni di cristianesimo light, tutto rose e fiori, oggi, tanto di moda.



