
Fonte: Il Quotidiano del sud del 16.5.2026 pagina 9 articolo di Filippo Veltri
Una mia amica giornalista di sinistra e di gran livello culturale chiede a tutti se è giusto occuparsi del caso Garlasco perché a lei quel caso intriga molto per diversi aspetti.
Le ho risposto che non me ne frega nulla ma in torto, evidentemente, sono io visto che da mesi, ogni giorno e ogni ora del giorno, televisioni, giornali, siti web, giornali online, radio ci stanno massacrando con indiscrezioni, pruderie, novità eclatanti e quando leggerete questo articolo magari sarà uscita qualche altra novità. Sono arrivati al punto di ricostruire il delitto con il soccorso dell'intelligenza artificiale con personaggi, fortunatamente colti di spalle, ma da sembrar veri, corpi e non disegni: l'assassino che si getta su Chiara, lei che cerca di sfuggire alla presa, lui che la colpisce una volta, due volte e poi lungo le scale che conducono alla cantina. Con assoluta verosimiglianza delle movenze e della violenza (inventando con un'asta di ferro la famosa "arma del delitto", mai ritrovata), forza dell'intelligenza artificiale e del più osceno voyeurismo, senza alcun rispetto per una vittima e neppure per un carnefice, che per lunghi anni ha avuto un nome e ora ne ha un altro, secondo la sentenza già emessa, a scatola chiusa, dai nostri conduttori e dai loro ospiti. Due colpevoli, insomma, due assassini, uno giudicato dai tribunali, dai soliti "incompetenti" magistrati, un altro condannato via etere. Per cui verrebbe da sperare che siano entrambi, Stasi e Sempio, innocenti: forse non sarà possibile (solo a Cogne si ebbe modo di indicare in un mostro sceso dalle montagne l'assassino, a Garlasco è tutto piatto), ma il dichiararli innocenti in coppia sarebbe un atto riparatore: per Stasi che comunque si è visto sottrarre una famiglia e tanta parte della sua vita, per Sempio, bersaglio ormai da mesi e mesi di un sospetto terribile, che niente finora, ha potuto confermare. Domani si vedrà. Credendo ancora nel lavoro e nell'onestà della magistratura. L'informazione, questa la verità, sembra arrivata sul ciglio del baratro. Nel corso di alcune serate televisive, non molte in realtà, seguendo uno "show'' e l'altro (come definirli altrimenti), mi è sembrato di assistere al sintomo inquietante di una malattia, un passo nel baratro della nostra informazione, televisiva soprattutto. Lasciamo stare avvocati, a volte enigmatici, periti di arte, ciascuno con la sua perizia di parte, commentatori, non si sa a che titolo. Rimangono i giornalisti e, nel rispetto della parità di genere, le giornaliste, non tutti e tutte ovviamente, in gara palese e alle volte furibonda nell'assolvere e nel condannare, compito che spetterebbe in realtà ai tribunali, da affidare ai tribunali, soprattutto quando non si sa niente di niente e si cade persino nelle definizioni più semplici. La sensazione è che in quei salotti si debbano persino risolvere faide interne e che sulle spalle dei poveri Stasi e Sempio si materializzino gelosie e rivalità, senza risparmio di voce, di gesti, di boccacce. Si combatte per la conquista di una platea e l'inquinamento sonoro diventa lo strumento preferito, meglio di una clava, e l'informazione precipita in un guazzabuglio di strepiti, che finisce con il negare la responsabilità del giornalismo nei confronti della comunità e insieme il diritto del cittadino ad essere informato, che offende la deontologia professionale e quel principio che un grande e "antico" editore, Joseph Pulitzer, definì ''moralità''. Potremmo tra durre in onestà, decenza, pietà. Non so se il guazzabuglio di cui sopra, anche un’arma di distruzione di massa (in alcuni casi lo fu e non a caso ci siamo ricordati della campagna referendaria), certo diventa un'arma contro la cultura, contro la consapevolezza dei tempi, contro la civiltà del vivere comune. Con tutto il rispetto per i comici e le ballerine, è un avanspettacolo di modesti interpreti e di cattivi maestri, che recitano, in gloria e in indigestione di video, il loro compitino, di televisione in televisione, di programma in programma, di social in social, più o meno consapevoli, contribuendo, nel loro piccolo, al degrado di questo paese. Un grande giornalista, Lamberto Sechi, aveva inventato per il settimanale che dirigeva, Panorama, lo slogan "i fatti separati dalle opinioni". Qui di fatti non se ne vedono e pure le opinioni fanno acqua da tutti i lati. Qui governa l'ossessione dell'apparire, di "esserci", di cogliere un momento fatale della storia patria, senza correre i rischi di Gaza e dell'Iran. Aldo Grasso ci ha aggiunto di suo che ormai l'informazione si è talkizzata, cioè è tutto un talk show. E la Tv ha trasformato l'informazione in chiacchiera. Sulle spalle di Stasi, Sempio ma soprattutto della ragazza uccisa e dei suoi familiari.



