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Fonte: www.spazioapertosalento.it 

Oggi 2 maggio ricorre l’anniversario della morte del Servo di Dio mons. Eugenio Raffaele Faggiano. Mons. Faggiano guidò la Diocesi di Cariati dal 1936 al 1956.

Ricordiamo che la diocesi di Cariati è esistita come entità autonoma fino al 1986. In quell'anno, in seguito alla riorganizzazione delle diocesi italiane, è stata unita a quella di Rossano per formare l'arcidiocesi di Rossano-Cariati. Dopo avere lasciato la Diocesi di Cariati il 29 settembre 1956, il vescovo Faggiano si era ritirato nella comunità dei Padri Passionisti di Manduria (Ta). Visse con i confratelli rispettando la regola come tutti senza eccezioni. A chiunque andasse a fargli visita si mostrava cordiale e gentile. Ad ogni gesto fraterno fatto da chi gli stava accanto ringraziava considerandolo un segno di carità nei suoi confronti. Racconta fra Serafino gli ultimi momenti della vita   del vescovo Faggiano: come vide giungere il Padre Rettore, chiamò in fretta l’infermiere, il vescovo aprì gli occhi, ci guardò intensamente, ma con una serenità che non ho mai visto sopra nessun volto umano; quindi fissò il quadro della Vergine Santissima, e insensibilmente se ne volò al cielo, piegando il capo sul petto. Erano circa le 4 del 2 maggio …Ma torniamo a mons. Faggiano. “La permanenza a Cariati di monsignor Faggiano – scrive il dottor Antonio Rizzuti – coincide con un ventennio (1936-1956) che a livello nazionale ha conosciuto due guerre, la spedizione in Abissinia nel 1936 e la seconda guerra mondiale (1940-45), seguite (dal 1945 al 1955) da un periodo ricco di avvenimenti e di trasformazioni economiche e sociopolitiche: l’avvento dei partiti politici e delle elezioni politiche e amministrative, lo smembramento del latifondo nel vicino Marchesato Crotonese, la spartizione delle terre ai contadini, la creazione dell’Opera Valorizzazione Sila, i fatti di Melissa, il ginestrificio e la teleferica, i lavori a regia e infine la ripresa (dopo la stasi del periodo bellico e postbellico) della emigrazione (questa volta in prevalenza verso la Germania, con caratteristiche nettamente distinte rispetto al flusso migratorio precedente verso le Americhe).” In una pagina di storia così ricca di avvenimenti e trasformazioni monsignor Eugenio Raffaele Faggiano (Salice Salentino 1877– Manduria 1960) ha saputo incidere il suo nome. Ha camminato in punta di piedi trovandosi sempre presente, lasciando in ogni settore della sua attività pastorale una chiara impronta del suo passaggio. La Diocesi di Cariati, per lungo tempo lasciata alla deriva, aspettava di rinascere e lui non ha perso tempo. Da nocchiero esperto e lungimirante si è imbarcato coraggiosamente, orientando la diocesi a lui affidata, col suo stile di vita silenzioso e discreto ma sicuro e determinato, verso orizzonti sereni e promettenti. Ha amato la sua gente. Stanco e spesso malato, è stato più volte consigliato a chiedere il trasferimento ad una diocesi più comoda, ma lui non ha mai pensato di abbandonare Cariati. “Ho fatto quello che ho potuto”, ha scritto nella Relazione della “Visita ad Limina” del 28 Aprile 1956, l’ultima. Non immaginava che, da buon antofilo, come amava chiamarsi, esperto coltivatore di fiori, nei suoi vent’anni di lavoro aveva saputo piantare e coltivare, trasformando la Diocesi di Cariati, in un giardino in cui già sbocciavano fiori di autentica sanità.

Cariati

Agli inizi del ventesimo secolo Cariati si presenta come “una cittadina prospera e ricca”. Dispone di uffici comunali, tribunale, uffici postali, carcere, sede dei Carabinieri e presidi sanitari. Vi prosperano l’agricoltura, la pastorizia, la pesca e l’artigianato con antichi mestieri: maniscalchi, sarti, tessitrici, ricamatrici, “vucalari”, laboratori di falegnameria ed orologiai; vi sono scuole, asili e anche i primi indizi di rivendicazioni sindacali: “famosa la rivolta dei contadini e delle raccoglitrici di olive a difesa dei loro diritti e dell’orario di lavoro (non potendosi permettere orologi venivano raggirati dai proprietari); ottennero Cariati comunque, all’inizio dell’Episcopato di monsignor Faggiano, non sembra fosse molto diversa da tanti altri paesi della Calabria, che si contraddistinguevano per una diffusa arretratezza sociale e culturale, con un elevato analfabetismo e caratterizzati dalla mancanza di servizi essenziali, soprattutto quelli idrici e igienici. Riferendosi alla situazione di tutta la diocesi, nella Relazione della “Visita ad Limina” del 1941, la prima, monsignor Faggiano scriveva: “La condizione e lo stato delle scuole elementari in questa diocesi sono degni di commiserazione! Mancano edifici scolastici! I bambini vengono educati ordinariamente in ambienti sporchi, scomodi e con grande danno dell’anima e del corpo”. Poi… la guerra, l’emigrazione, lo spopolamento. Nel 1936, anno di arrivo di monsignor Faggiano, la città di Cariati contava 4.074 abitanti, con un andamento di crescita demografica negativo (-1,0%) rispetto al precedente censimento del 1931, in cui la crescita progressiva della popolazione aveva mostrato un incremento del +22,0% (4.117 abitanti). Cariati era sede vescovile dal 1437. Il 27 giugno 1818, con la soppressione delle diocesi di Cerenzia, Strongoli e Umbriatico e l’annessione dei loro territori, divenne una delle diocesi più estese della Calabria, arrivando a comprendere ben venti paesi. Fu una delle prime diocesi in Calabria a introdurre l’istituzione del Seminario Vescovile (1593),[14] in obbedienza al decreto del Concilio di Trento (15 luglio 1563, sessione XXIII, c. 18) con cui si chiedeva la fondazione, presso tutte le chiese cattedrali, di un perpetuum seminarium, in cui il vescovo potesse “mantenere, educare religiosamente ed istruire nella disciplina ecclesiastica” i giovani che aspiravano al sacerdozio.

Monsignor Faggiano

Monsignor Eugenio Raffaele Faggiano prese possesso della diocesi di Cariati il 19 maggio 1936. “Si era in piena era fascista, – scrive Franco Liguori – e il Comune della cittadina ionica era governato da un podestà locale, l’agronomo, di antica famiglia patrizia, Nicola Venneri, che tanto si era adoperato per far tornare il vescovo a Cariati, dopo che la sede era rimasta vacante per 11 anni, in seguito a un tafferuglio verificatosi durante la processione del venerdì Santo 1925, in cui fu coinvolto fisicamente il vescovo Giuseppantonio Maria Caruso”. Vi arrivo da Manduria (Ta) in treno. Ad attenderlo alla stazione, in quel memorabile pomeriggio del 19 maggio, c’era tutta la popolazione, emozionata e felice di rivedere il Vescovo tornare tra le sue mura, dopo tanti anni di assenza. Mons. Gaetano Maone ricorda anche l’ora: “Alle ore 13.20 – egli scrive – il treno entra in stazione e S. E. il Vescovo Monsignor Faggiano si affaccia dallo sportellino e benedice la folla fra gli scroscianti applausi e il suono della musica”. L’accoglienza fu trionfale, scrive Romano Liguori: “vide la partecipazione di tutte le autorità, non solo civili, militari e religiose, ma anche di quelle fasciste, come riferisce un dettagliato servizio della «Cronaca di Calabria» del 24 maggio 1936”. Il podestà Nicola Venneri, “uomo mite e cattolico praticante”, gli rivolse per primo il benvenuto, presentando al Vescovo, con parole semplici, squisitamente evangeliche, un popolo che aveva tanto sospirato e pregato per la sua venuta: “Ecco il mio gregge, eccellenza, lo affido a Voi buon Pastore degno figlio di San Paolo della Croce, perché possiate guidarlo e menarlo all’ubertoso pascolo della fede cristiana e possiate ricondurlo all’ovile della santa Chiesa Cattolica”. Il Podestà non poteva pensare che il Vescovo non sapesse dei fatti che avevano causato l’abbandono della diocesi, un abbandono che pesava ancora come una scomunica. Perciò, per liberarlo da eventuali pregiudizi, si affrettò a rassicurarlo: “Questo gregge è buono, è ubbidiente, è amoroso, è affettuoso. Ho ricevuto l’incarico di fare a nome di tutti all’E. V. formale dichiarazione e promessa che la massa completa del popolo cariatese Vi amerà come un padre vero”. Non vi potevano essere parole più emozionanti. E il Vescovo mostrò di essere in sintonia con i sentimenti del Podestà: “Vengo a voi apportatore di pace, nuncius pacis… La mia cura speciale, il mio dovere continuo, i miei sforzi saranno impegnati per procurarvi questa pace!… so che mi amate… dimenticate il passato, e pensate all’avvenire… Non più tristi ricordi!…”. Parole rassicuranti, presenza pacificante: l’orizzonte tornava ad essere sereno e promettente. Tra due ali di popolo osannante, musiche, canti e petali di fiori scroscianti dai balconi ornati a festa, il Vescovo salì, a cavallo, verso la Cattedrale, ove le porte si aprirono per accoglierlo. “Trionfo e solitudine”, è il titolo con cui P. Anselmo Librandi, Passionista, biografo di monsignor Faggiano, introduce l’ultimo paragrafo del capitolo dedicato all’ingresso in diocesi del Vescovo. “A tarda sera – egli racconta – dopo aver benedetto ancora i fedeli dalla finestra dell’Episcopio, come s’inoltrò nelle stanze interne, sentì stringersi il cuore. Vide pavimenti logori, persiane sconnesse, vetri rotti alle finestre… gli uscì spontaneo un lamento: Dove sono capitato”. È come se gli si fossero aperti improvvisamente gli occhi e avesse visto affiorare dallo squallore di quell’episcopio, con drammatico realismo, il volto della Diocesi che aveva sposato. Viene spontaneo alla memoria quanto è narrato dal professore Pietro Pontieri: “Già il suo predecessore Mons. Giovanni Scotti, vescovo di Cariati dal 1911 al 1918, venendo a Cariati, vedendo la cattedrale sconnessa e piena di ragnatele, aveva scritto dopo il suo ingresso, per la desolazione incontrata: “Le vandaliche asportazioni d’interi blocchi delle superbe colonne mi parlavano tacitamente degli sforzi degli altri vandali per scrollare le basi della fede…, i brandelli del trono episcopale e dei paludamenti del rito, mi annunziavano che sbrandellata era l’autorità del Vescovo e la dignità dei sacerdoti; le rozze tavole. Conoscendo le abitudini di monsignor Faggiano, immaginiamo che, da buon Religioso Passionista, il mattino seguente, ancora al buio, sia sceso, solo, in cattedrale, e alle prime luci dell’alba che lentamente rischiaravano quel luogo sacro, il suo sguardo si sia fermato a quel “Cristo morto” che, undici anni prima, era stato causa di discordia, e con Lui, quel mattino, sia iniziato un dialogo che durerà per tutti i vent’anni della sua permanenza a Cariati.

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