
di Francesco Campise*
C’è una sua frase che mi è rimasta impressa fin dalla prima volta che l’ho letta: sosteneva che un libro può cadere a terra, restare aperto sul petto quando ci addormentiamo, essere infilato in tasca, rovinarsi, e che proprio questo, invece di essere un difetto, è il suo valore.
Lo scriveva nella sua rubrica su L'Espresso, “La bustina di Minerva”, un titolo affascinante che richiama l’abitudine di appuntare pensieri sui pacchetti di fiammiferi, cose di un altro tempo, e lo faceva già negli anni Ottanta, quando il digitale sembrava ancora lontano, eppure pareva rispondere a una domanda che oggi è più viva che mai: il libro cartaceo è destinato a sparire? La risposta breve è no, quella più articolata è più interessante, perché il libro di carta non è solo un contenitore di parole ma un oggetto concreto, con una sua storia, e chi legge molto lo sa: un libro usato racconta anche chi lo ha avuto tra le mani, tra pagine piegate, sottolineature a matita e copertine consumate nello stesso punto; un ebook invece resta identico, pulito, perfetto, e per certi versi privo di vita. Eco parlava anche della postura, e non è un dettaglio secondario, perché leggere su uno schermo impone una certa rigidità mentre il libro si adatta, si piega, si lascia tenere in mille modi diversi, risultando uno degli oggetti più ergonomici mai inventati, anche se raramente gli viene riconosciuto. Allo stesso tempo sarebbe scorretto ignorare l’altra faccia della medaglia: gli ebook hanno davvero cambiato qualcosa, rendendo accessibili migliaia di testi a chi non può permettersi una libreria fisica, a chi vive in luoghi dove le librerie non esistono o a chi ha difficoltà visive e ha bisogno di ingrandire i caratteri; non sono un nemico, ma uno strumento diverso, con vantaggi propri. Il punto è che diverso non significa sostituire: la fotografia non ha eliminato la pittura, il cinema non ha cancellato il teatro, e lo streaming non ha fatto sparire i concerti, anzi in alcuni casi li ha rafforzati, perché ogni nuovo mezzo trova il suo spazio mentre quello precedente si trasforma, magari si riduce, ma non scompare del tutto. Quello che potrebbe davvero cambiare, e qui mi discosto un po’ da Eco o forse ne porto avanti il ragionamento, non è tanto il formato quanto il nostro rapporto con la lettura, perché il rischio reale non è che il libro venga rimpiazzato dall’ebook, ma che entrambi vengano sostituiti dal nulla, che la nostra soglia di attenzione si abbassi al punto da rendere difficile affrontare testi lunghi più di un post e che leggere un romanzo di quattrocento pagine diventi un’abitudine per pochi, e quella sì sarebbe una perdita vera; Eco è morto nel 2016, prima che i social diventassero ciò che sono oggi, prima di TikTok e degli algoritmi che premiano contenuti brevissimi, e viene da chiedersi cosa scriverebbe oggi sulla sua bustina di Minerva, probabilmente qualcosa di ironico e pungente, e con ogni probabilità lo leggeremmo ancora su carta.
*studente



