di Antonio Pistoia

Chissà se in qualche circolo politico o culturale o nelle scuole si parlerà in questi giorni di Piero Gobetti.

Se ne dovrebbe parlare, sicuramente, senza pensarci più di tanto, perché il 16 febbraio 1926 Piero Gobetti moriva a Parigi quando ancora non aveva compiuto 25 anni. Sarebbe un imperdonabile oltraggio non ricordare l’impegno culturale e la frenetica attività di questo brillante giovane torinese che non ha mai avuto la possibilità di vedere l’Italia come lui la immaginava. Proprio perché la violenza fascista lo ha voluto mettere a tacere (come ha fatto con tanti altri), dovremmo noi oggi prenderci l’impegno di  leggere i suoi scritti e studiare la sua biografia, per non stancarci di conoscere, di lottare, di essere in prima persona responsabili del nostro destino. 

Probabilmente 100 anni sono già tanti per questi tempi così effimeri e veloci. Ma certamente non effimera e non superata è l’esigenza dell’educazione alla libertà, quella che dovremmo coltivare ogni giorno ispirandoci al messaggio di Gobetti.

La sua rivoluzione liberale (due termini che solo apparentemente sembrano contraddirsi) fu un programma di rinnovamento morale fondato sul rigore, sulla centralità della cultura, sull’autonomia delle coscienze, sulla lotta politica anche dura e radicale come lievito della democrazia.

Precocissimo e instancabile, a soli diciassette anni (ancora studente liceale) fondò Energie Nove; poco più che ventenne diede vita a La Rivoluzione Liberale. Lui, così giovane, riusciva a dialogare e a confrontarsi con i più grandi intellettuali del tempo. La sua preparazione e la sua lucidità gli permisero di cogliere immediatamente la natura del fascismo, che definì «l’autobiografia della nazione»: non una parentesi, ma il prodotto di una lunga rinuncia alla libertà.

Sulla propria libertà e sulla propria dignità non si transige, non ci possono essere compromessi. Per questo motivo Mussolini di proprio pugnò firmò il telegramma con cui si intimava al prefetto di Torino di rendere difficile la vita di questo “insulso oppositore” del fascismo. E per questo stesso motivo noi oggi dovremmo sentirci addosso la responsabilità di mantenere vivo il suo messaggio, così limpido, così vero e così attuale.

Proviamo a rivivere la tensione emotiva di chi con i suoi articoli ci ha trasmesso l’idea che la libertà è responsabilità e coraggio di scegliere, con i suoi scritti su Matteotti ha ricordato la dignità di chi non rinnega le proprie idee, con gli studi dedicati al suo amato Alfieri ci ha indicato cos’è la “passione libertaria” e, infine, nelle lettere alla sua Ada, l’amore come promessa di una vita libera e nuova.

E proprio Ada quel triste 16 febbraio scriveva sul suo diario: “Nella tua breve esistenza c'è stato tanto ardore, tanto lavoro, tanta gioia, da farla  più ricca e felice di tante altre lunghissime vite: e non c'è stato in essa nulla di laido, di imperfetto, di malsicuro. È stata tutta luce: parabola breve dall'intensità luminosissima. E penso che tu non vorresti che ti si piangesse, ma che si considerasse la tua vita un capolavoro e un esempio”.

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