
di Rosella Librandi
Il 6 Gennaio si festeggia l’Epifania, dal nome greco Epifàneia (manifestazione, apparizione, rivelazione). In ambito cristiano si riferisce alla manifestazione di Gesù ai re Magi (ovvero ai pagani) i quali, riconoscendone la natura umana e divina Gli offrono l’oro, simbolo di regalità, l’incenso, simbolo della divinità, e la mirra, usata nei riti funebri, simbolo della sua umanità.
Nella liturgia greco-bizantina l’Epifania (o Teofania) celebra la manifestazione sensibile di Dio al popolo d’Israele durante il battesimo di Gesù nel fiume Giordano, presentandolo come suo figlio mandato per la salvezza universale.
Per questo il 6 Gennaio si celebrano riti di benedizione dell’acqua: per esempio, a Vaccarizzo Albanese il sacerdote, seguito dai fedeli in processione, si reca “te kroi vieter” (alla fontana vecchia) a benedire l'acqua corrente che simboleggia purificazione e rinascita spirituale.
Nel folklore italiano il 6 gennaio si festeggia pure la Befana (corruzione lessicale della parola greca): la vecchietta che porta i doni durante la notte, volando sui tetti, da un comignolo all'altro, cavalcando una scopa; scende nella canna fumaria trasportando in sacchi di iuta, sfatti e sfilacciati, i doni ai bambini buoni: dolciumi, caramelle, frutta secca e giocattoli e, a quelli birichini, cenere e carbone, infilandoli nelle calze appese ai camini o alle sponde dei lettini; la Befana, però, è indulgente con i bambini come una nonnina piena di attenzioni e il carbone è sì nero ma di zucchero.
E il 6 gennaio i bambini, appena svegli, impazienti, corrono a cercare i doni che la Befana ha portato loro nei suoi giri notturni, temendo di non trovare dolciumi ma cenere e carbone.
Nel nostro immaginario la Befana è una vecchietta vestita di poveri panni e in tante filastrocche è descritta così: gonna lunga rattoppata,
grembiule, scialle di lana pesante e colorato sulle spalle, fazzolettone di stoffa annodato sotto il mento, viso rugoso, pochi denti e, scendendo dai comignoli, ha il viso sporco di fuliggine.
Gli studiosi di ogni dettaglio danno una spiegazione antropologica e religiosa.
L'uso di distribuire i doni risale, forse, ad una antica leggenda religiosa: i Magi avrebbero chiesto ad una vecchia informazioni per raggiungere la capanna dove era nato Gesù e che andasse con loro a portargli i doni; ella rifiutò ma, poco dopo, pentita, preparò un sacco pieno di doni e si mise in cerca dei Magi, non trovandoli, bussò ad ogni porta e li regalò ai bambini, sperando così di farsi perdonare la mancanza.
Ma, dopo un periodo allegro e festoso si ritorna alla vita quotidiana e un vecchio detto popolare recita:”L'Epifania tutte le feste porta via”.
Giovanni Pascoli, il 5 Gennaio 1897, scrive una poesia, sotto forma di filastrocca, in cui presenta una Befana diversa che non porta doni ma, nei suoi giri, osserva dalle finestre quello che accade nelle case la notte del 6 gennaio.
La Befana è una spettatrice e, ogni volta che passa, vede che non è cambiato nulla nel mondo: nelle case benestanti la mamma riempie di doni le calze dei bimbi, nelle case povere la mamma piange perché non ha nulla da donare ai figli.
Ancora oggi in tutto il mondo il divario fra povertà e ricchezza è presente nella società e la Befana “di Pascoli” ne è spettatrice.
Leggiamo e riflettiamo:
Viene viene la Befana,
vien dai monti a notte fonda. Come è stanca! la circonda neve, gelo e tramontana.
Viene viene la Befana.
Ha le mani al petto in croce, e la neve è il suo mantello ed il gelo il suo pannello
ed è il vento la sua voce.
Ha le mani al petto in croce.
E s’accosta piano piano alla villa, al casolare,
a guardare, ad ascoltare
or più presso or più lontano. Piano piano, piano piano.
Che c’è dentro questa villa? uno stropiccìo leggiero.
Tutto è cheto, tutto è nero. Un lumino passa e brilla. Che c’è dentro questa villa?
Guarda e guarda… tre lettini con tre bimbi a nanna, buoni. Guarda e guarda… ai capitoni c’è tre calze lunghe e fini.
Oh! tre calze e tre lettini…
Il lumino brilla e scende,
e ne scricchiolano le scale: il lumino brilla e sale,
e ne palpitano le tende.
Chi mai sale? chi mai scende?
Co’ suoi doni mamma è scesa, sale con il suo sorriso.
Il lumino le arde in viso come lampana di chiesa.
Co’ suoi doni mamma è scesa.
La Befana alla finestra sente e vede, e s’allontana. Passa con la tramontana, passa per la via maestra,
trema ogni uscio, ogni finestra.
E che c’è nel casolare? un sospiro lungo e fioco. Qualche lucciola di fuoco brilla ancor nel focolare. Ma che c’è nel casolare?
Guarda e guarda… tre strapunti con tre bimbi a nanna, buoni.
Tra le ceneri e i carboni c’è tre zoccoli consunti.
Oh! tre scarpe e tre strapunti…
E la mamma veglia e fila sospirando e singhiozzando, e rimira a quando a quando oh! quei tre zoccoli in fila… Veglia e piange, piange e fila.
La Befana vede e sente; fugge al monte, ch’è l’aurora.
Quella mamma piange ancora su quei bimbi senza niente.
La Befana vede e sente.
La Befana sta sul monte. Ciò che vede è ciò che vide: c’è chi piange, c’è chi ride: essa ha nuvoli alla fronte, mentre sta sul bianco monte.



