Fonte: Pagina Facebook di Roberto Saviano

Raffaele Nogaro, vescovo di Caserta, non c’è più. Non sono credente, eppure l’espressione “è tornato alla casa del Padre” con lui smette di essere formula.

Nogaro ha passato la vita a rendere casa i luoghi che attraversava: aprendo porte, togliendo muri, facendo spazio agli ultimi.

Ha sostenuto il Banco Alimentare e progetti di accoglienza per stranieri e persone in difficoltà, mettendo al centro la dignità e la solidarietà. 

Quando esplose la tragedia dei braccianti migranti nelle campagne del Casertano, e soprattutto dopo la morte di Jerry Masslo nel 1989, Nogaro non si limitò a parole di circostanza.

Rifiutò la narrazione dell’“emergenza immigrazione” e sottolineò l’urgenza di diritti, integrazione e umanità per chi lavorava duramente nelle campagne, denunciando condizioni disumane e ponendo l’accento sui diritti come base per lavoro, pace e crescita. 

Quando l’incendio del “ghetto” di Villa Literno attirò l’attenzione pubblica, lo definì persino un “incendio di Stato”, denunciando lo scarso impegno istituzionale nell’affrontare la questione. 

La sua fu una Chiesa che non restò in silenzio.

Sempre in prima linea, Nogaro denunciò la camorra e le sue connessioni sociali, criticando corruzione e silenzi compiacenti, e ritenendo che la neutralità ecclesiastica fosse spesso sinonimo di complicità. 

Dopo l’omicidio di don Giuseppe Diana, sacerdote antimafia ucciso dalla camorra, Nogaro scelse senza esitazione di schierarsi, trasformando quella tragedia in appello pubblico e impegno civile anziché in commemorazione sterile. 

Chiese alla Chiesa di smettere di essere fortezza e tornare a essere casa: casa accogliente, casa che non chiede documenti all’ingresso ma responsabilità e libertà nel cuore di chi la abita.

Se una casa del Padre esiste, lui ci arriva da chi ha imparato, qui, come rendere abitabile il mondo.

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