
di Giuseppe Sammarro*
L’ultimo lavoro letterario di Toni Ricciardi, professore associato di storia delle migrazioni e delle catastrofi a Zurigo, nonché vice capogruppo PD alla Camera dei deputati, eletto nella circoscrizione estero, edito da Feltrinelli “Morire a Mattmark”, racconta di una tragedia, che incrocia la storia e il destino di migranti italiani, poco conosciuta e rimossa dalla memoria collettiva.
Invece, ed è quello che fa Ricciardi, dovrebbe essere patrimonio della nostra memoria nazionale. Il presente articolo tende a dare, senza entrare nella dettagliata narrazione del libro, un proprio contributo alla conoscenza dei fatti.

Erano le 17.20 del 30 agosto del 1965, mancavano pochi minuti alla fine del lavoro, quando una enorme valanga di ghiaccio e detriti, “circa due milioni di metri cubi narrano le croniche”, travolse le baracche-dormitorio, le officine e la mensa del grande cantiere. 88 lavoratori morirono e 11 rimasero gravemente feriti. Avere sottolineato il quasi fine turno di lavoro di quasi mezz’ora sta a significare che tutti i 700 lavoratori si sarebbero trovati in quei posti. Tra gli 88 lavoratori travolti dalla valanga c’erano due donne che lavoravano alla mensa.

Tra i morti si contavano 56 italiani, 23 svizzeri, 4 spagnoli, 2 tedeschi e 2 austriaci, una vera strage di lavoratori europei. Un evento che richiama alla responsabilità, per mancanza di appropriate misure di sicurezza sui luoghi di lavoro, ancora oggi di estrema attualità. Ci fu un’inchiesta che portò a processo, per omicidio colposo, 17 tra dirigenti e responsabili dell’azienda costruttrice della diga di sbarramento: la Elektro-Watt AG di Zurigo. Dalle indagini svolte delle autorità del Canton vallese, emerse tra l’altro, che le denunce dei lavoratori, dove segnalavano il continuo staccarsi di blocchi dal ghiacciaio sovrastante, erano rimaste lettera morta. Come spesso avviene la priorità non è la sicurezza, anche qui i lavori dovevano andare avanti, la diga doveva essere terminata prima dell’arrivo dell’inverno.

Tutto il resto era finalizzato a questo obbiettivo. Anche l’ubicazione delle baracche sulla linea di massima pendenza del ghiacciaio era determinata da criteri economici e da scadenze contrattuali da parte della Elektro- Watt AG, ciò al fine di evitare di incorrere nel pagamento di penali. Mentre per il cantiere esistevano piani di sicurezza e di emergenza, per gli alloggi, la mensa e zone circostanti, assolutamente nulla. Alla tragedia segui la beffa. Il 22 marzo 1972 il tribunale del circondario dell’Alto Vallese, assolse tutti gli imputati, dichiarando che non vi fu nessuna negligenza, perché la possibilità di una valanga di quella portata era remota e non prevedibile. Il tribunale non prese minimamente in considerazione gli avvertimenti dei lavoratori, che si registrano ancora pochi giorni prima del cedimento che causò la loro morte. Di certo ci furono responsabilità oggettive che non trovarono conferma nella sentenza. Dopo la pubblicazione della sentenza si sollevò un’ondata di sdegno, critiche e proteste. La stampa dette molto rilevanza al caso, in molti articoli era evidente lo sconcerto per la decisione del tribunale. Furono soprattutto i sindacati a indire proteste e manifestazione di piazza. Denunziarono il trattamento riservato ai lavoratori immigrati, considerati solo forza lavoro e non lavoratori con pari dignità e pari diritti. Le condizioni degli italiani periti per il cedimento della diga non erano diverse: pessimi alloggi, massacranti turni di 15-16 ore anche a temperature proibitive fino a meno 30 gradi. Gli ispettori del lavoro erano a conoscenza di tutto, ma mai un intervento, mai una parola nei loro rapporti. Erano lì per lavorare e venivano pagati bene come a Marcinelle (teatro di un’altra grave tragedia). La tragedia della diga del lago Nattmark a 2129 di altezza determinò un momento di dolore e riflessione nella storia dell’emigrazione italiana. Fu la provincia di Belluno, con 17 vittime a essere la più colpita, insieme a San Giovanni in Fiore con 7 morti. Ogni morte sul lavoro non è una fatalità, ha dinamiche e responsabilità precise. Come dimostra anche questa storia, solo la presa di coscienza che ognuno dovrebbe avere verso una tragedia collettiva potrebbe servire da monito sul futuro, ponendo in essere tutti quegli interventi necessari a garantire la sicurezza sui posti di lavoro. Queste tragedie dovrebbero suonare come una pagina vergognosa per un paese civile, tragedia che dovrebbe interrogare in primis le massime istituzioni, i datori di lavoro, le parti sociali e la società civile, solo così si potrebbero avviare concretamente quei processi seri tendenti a garantire la protezione dei lavoratori.
*Cittadino ed ex rappresentante della Cgil



