
Fonte: Rivista Quaderni n. 5 /2025 pp. 26 e 27
di Salvatore Martino*
Da bambino, mi incuriosiva tutto quello che mi girava intorno, le cose che vedevo, le situazioni che scorgevo, per sino le persone che incontravo. Mi incuriosivano i loro atteggiamenti, le espressioni, il modo di vestire, di parlare.
Mi attiravano gli oggetti, le macchine, mi piaceva capire i meccanismi, il loro funzionamento. Mi attraeva guardare il cielo e, quando c'era vento, mi piaceva inseguire il movimento delle nuvole che, in percorsi veloci e tumultuosi, disegnavano visioni straordinarie, volti e immagini che, velocemente sfumavano e cambiavano d'aspetto. Tutto si trasformava; le nuvole mutavano consistenza e forma; a volte sembravano animali enormi, a volte figure gigantesche, altre volte riuscivo a scorgere ammassi di immagini confuse che sembravano rappresentare il mondo. Il tutto si muoveva e si trasformava grazie alla mia fantasia e alla mia immaginazione. Era una esperienza bellissima che a volte condividevo con i miei coetanei e mi permetteva di entrare nel mondo della fantasia e della irrealtà, pur rimanendo a casa, magari davanti ad un libro da leggere o da studiare. Con gli anni, poi, la curiosità aumentò e si trasferì sulle persone, sulle situazioni della vita. Ero affascinato da coloro che avevano un ruolo e un compito importante da portare avanti all’interno degli ambienti e della società, o che brillavano per bravura nei vari ambiti della vita. Alcuni lì trasformavo in eroi, altri invece, non li consideravo affatto perché li ritenevo insignificanti. Il mondo appariva ai miei occhi come una scacchiera, c'era chi vinceva e chi veniva eliminato e, ovviamente, ero io a deciderlo in base al fascino o all’antipatia che esercitavano su di me. Poi, trascorso il tempo, le situazioni della vita mi spinsero a sgombrare il campo dalla fantasia, a trattenere i piedi a terra, e a osservare e a considerare quello che realmente mi stava attorno, le cose com’erano nella realtà, le persone, i fatti, le situazioni. Da allora, ho sempre cercato di guardare alla vita e alle cose della vita con un certo realismo, senza però rinunciare ad un pizzico di fantasia, perché aiuta a guardare oltre le cose. Ho sempre provato u grande interesse e una grande ammirazione per la persona nel suo essere e nel suo divenire. Sono sempre rimasto attratto dalle cose che l'uomo riesce a dire e a fare, non solo sul piano esistenziale, ma anche sul piano scientifico, culturale, e tecnologico. Ho sempre accompagnato con interesse e curiosità i cambiamenti della società, il progresso, le scoperte, le invenzioni e, soprattutto, quelle creazioni che aiutano l'uomo ad affrontare meglio i problemi e a superare le difficoltà. La voglia di capire, devo ammettere, mi ha sempre fatto stare con le antenne tese, con gli occhi puntati sulla realtà, con la voglia di comprendere e di capire anche ciò che sta dietro le cosiddette apparenze, oltre il visibile. Poi, in un tempo difficile e complicato come quello che stiamo vivendo, con tutte le esagerazioni e le esasperazioni che stanno rendendo incomprensibile e inumana la realtà, non ho mai perso la fiducia negli esseri umani. Per questo, anche di fronte alle situazioni più spietate e incomprensibili, provo sempre ad interrogarmi e a chiedermi il perché. Mi capita spesso di provare ad immaginare ciò che può spingere un uomo a commettere delitti, violenza o ad agire al di fuori della legalità. Ci sono sempre delle cause, delle ragioni, che magari non spiegano tutto, ma aiutano a comprendere ciò che succede. Questo vale anche per i comportamenti positivi, per quelli edificanti. Non si può semplicemente definire persona per bene, chi agisce bene, chi aiuta un bisognoso. Mi piace cercare di comprendere o di immaginare le motivazioni, i processi mentali che spingono all'azione, e per fare questo, c'è sempre bisogno di indizi, di elementi concreti che permettono di capire e di valutare ciò che accade. Di recente, mi è capitato di partecipare alla presentazione di un libro, che trattava del dramma che sta vivendo il popolo palestinese in questi anni. Un libro che racconta il dolore, la sofferenza le disgrazie di questo popolo, attraverso le testimonianze raccolte dall'autore direttamente sul campo. La presentazione del libro è stata arricchita dal contributo di un giovane artista della chitarra, che a vederlo sulla scena con i capelli lunghi e scarmigliati, un jeans scolorito, un maglione consumato, e lo sguardo perso solo per la sua chitarra, all'inizio, non aveva certo suscitato la simpatia dei presenti. Aveva l'aria del presuntuoso, di chi in maniera abbastanza studiata voleva stare al centro della scena. Anch'io, a dire il vero, non lo avevo giudicato bene, dava l'impressione di essere un personaggio presuntuoso. L'esecuzione dei brani, però, fu davvero di altissimo livello, suonava la chitarra con un tale trasporto da sembrare un tutt’uno con lo strumento. Molti dei presenti si commossero, anche perché i brani presentati non solo erano molto adatti alla serata, ma eseguiti in maniera eccellente. La sua concentrazione e la sua bravura cozzavano con il suo aspetto che nulla aveva a che fare con l'eleganza degli abiti che si indossano durante una esecuzione del genere, né con manifestazioni a carattere culturale. Ho provato a capire, o meglio ho immaginato che il contrasto tra il suo aspetto e la sua bravura stesse tutto dentro al legame che aveva con la sua chitarra, che sembrava una parte del suo corpo. Il resto non sembrava interessargli. Alla fine, un lungo applauso salutava i protagonisti della serata, gli intervenuti nella presentazione del libro e il giovane con la chitarra che, alzatosi in piedi, fu costretto a mostrare tutto quello che aveva nascosto per l'intera serata: la sua condizione di non vedente. Improvvisamente, l'intera sala cadde in un silenzio tombale. Tutti rimasero sorpresi e commossi per la scena assolutamente imprevista e inimmaginabile. Nessuno se ne era accorto. Lui alzò la chitarra in segno di saluto, e dalle pochissime parole che pronunciò capimmo che si portava dentro, oltre al disagio per la sua condizione, la sofferenza di tutto il popolo palestinese. A quel punto non fu difficile capire che quel giovane dall'aria falsamente supponente, dai capelli scarmigliati, dal jeans scolorito, e dal maglione consumato aveva regalato a tutti i presenti, insieme alla sua bellissima musica, una grande lezione di dignità e di umanità.
*Professore, Saggista e Poeta



