
Fonte: La Redazione
Un centinaio di manifestanti ha fatto irruzione venerdì nel primo pomeriggio, intorno alle 14, nella redazione di Torino del quotidiano La Stampa, in via Lugaro.
È accaduto in una giornata in cui la sede era vuota, dal momento che i giornalisti avevano aderito alla giornata di sciopero, indetta dal sindacato di categoria per il rinnovo del contratto. L'entrata dei manifestanti nella redazione è avvenuta quando dal corteo in corso per lo sciopero generale si è staccata una parte, una frangia più violenta. Si sarebbero mossi come in un assalto, urlando "Free Palestine" e "Giornalisti complici dell'arresto in Cpr di Mohamed Shahin", in riferimento a un imam di Torino, per cui nei giorni scorsi era stato emesso un decreto di espulsione. All'interno della sede del quotidiano sono state fatte scritte con vernice spray e del letame è stato lanciato contro i cancelli. Pile di giornali e di libri sono state buttate giù dalle scrivanie da manifestanti in parte a volto coperto, tra slogan quali "Giornalista terrorista, sei il primo della lista" e "Giornalista ti uccido".
Su questo grave atto di violenza gratuita questa mattina dalle colonne del giornle piemontese il direttore, Ettor Malagutti, ha pubblicato un editoriale che riportiamo integralmente prchè, secondo noi, ricco di spunti interessanti che devono indurre a serie riflessioni.
VIOLENZA CIECA QUEL PATTO SOCIALE DA DIFENDERE di Andrea Malaguti
“La nonviolenza e la verità sono inseparabili e si presuppongono a vicenda” Mahatma Gandhi
È tutto per aria. I libri, giornali, le sedie. E i muri sono pieni di scritte. “Fanculo Stampa”. “Liberate l’imam”. L’irruzione violenta, vigliacca e stupida come tutte le aggressioni, è avvenuta in un raro giorno di sciopero nazionale, quando la redazione era praticamente deserta. Un centinaio di teppisti invasati, antagonisti fuoriusciti da un corteo pro-Palestina, hanno scorrazzato come bufali nella nostra redazione centrale dopo avere riempito di letame le scale di ingresso, divelto la porta del bar, terrorizzato chi era nei locali intonando cori feroci: «Giornalista, sei il primo della lista». «Giornalista, ti uccido». Slogan da Brigate Rosse, chissà se lo sanno. Suppongo di no. Un’eredità inconscia che fa venire i brividi. Ora c’è puzza di fumo ovunque. Un quarto d’ora di follia, registrato minuto per minuto da telecamere che restituiscono occhi, gesti e voci di ragazze e ragazzi giovanissimi, direi ventenni, appena usciti dal liceo, forse poco più, guidati da una rabbia ideologica e senza senso, manipolata e manipolabile in un gioco più grande di loro che mette a rischio tutti. Ragazzi ai quali, nel giornale di Carlo Casalegno, uno vorrebbe ricordare il delirio omicida e fuori controllo degli Anni Settanta: lo sapete a che cosa portano certe derive? Conoscete la fortuna, straordinaria, di vivere in un’epoca ammaccata e in ritirata, dove però potete tutto – manifestare, arrabbiarvi, chiedere, rivendicare - ma questo no. Questo non è concesso. Questo non ha ragione, motivo, legittimità. È solo sporcizia controproducente. Utile a deprimere qualsiasi causa, a umiliarla fino a farla sparire. Mentre voi avreste (dovreste avere) l’energia e la forza per pulire, non per sporcare. Se no non siete la soluzione siete parte del disastro. E chi vi sta di fianco dovrebbe passare le giornate a dirvelo. A prendere le distanze. A impedirvi di muovervi in modo così cretino e pericoloso. Chiedete la libertà di parola per un imam che rivendica la legittimità dell’orrore inumano del 7 ottobre, ma pretendete che noi non ne parliamo? Vale la sua libertà di pensiero ma la nostra no? Avete idea di che cos’è un giornale? Di che cosa rappresenta? Del valore della libertà di informazione? Sapete chi siamo? Del dibattito ininterrotto sul massacro compiuto a Gaza? Domande retoriche. Non sapete nulla. Sarebbe interessante sedersi ad un tavolo comune, guardarsi negli occhi, parlare civilmente, provare a ragionare. Venite, se volete. Non avete bisogno di spaccare nulla. Siamo un luogo abituato ad aprire le porte, non a chiuderle. Invece siamo nell’era dell’istinto animalesco da social, da chiamata alle armi emotiva. Estrapoli un pezzo di un giornale, non lo capisci, lo strumentalizzi e ne fai un selvaggio grido di battaglia. Mi domando se questi teppisti, che minacciano le nostre giovani professioniste colpevoli di fare bene il proprio mestiere, abbiano mai letto un giornale dall’inizio alla fine. Ragazzi incattiviti, ai quali viene voglia di dire, col cuore pieno di amarezza: dai, tornate a casa, guardatevi allo specchio, vergognatevi e rimettetevi a studiare, perché la responsabilità del mondo è anche vostra, non solo di chi è venuto prima di voi. Bisognerebbe appendere nelle loro camere il motto del Mahatma Gandhi: «La nonviolenza e la verità sono inseparabili e si presuppongono a vicenda». Basterebbe questo come punto di partenza condiviso. Pensieri confusi, mentre adesso, in questo pomeriggio assurdo, i colleghi arrivano uno ad uno al giornale, spinti da un richiamo invisibile e irresistibile, non tanto per valutare i danni, quanto per testimoniare il loro legame con questo posto che è parte integrante della loro vita, della nostra, di queste terre, il luogo in cui ogni giorno, con una capacità invidiabile, raccontano con lucidità, serietà e onestà, quello che succede nel pianeta, da Torino a Gaza, da Roma a New York, da Cuneo a Kiev. È un posto speciale La Stampa. Con un parco collaboratori senza uguali. Gente che sa fare il proprio mestiere, che ne rivendica e ne conosce la centralità, con una sola regola inderogabile: non barare mai. Anche quando ti attaccano, distorcono le tue parole, ti dicono che sei fascista o comunista, filo-palestinese o schiavo del governo di Israele, putiniano ma anche zelenskyano, meloniano e schleiniano assieme, in un continuo ribaltamento del senso in cui ciascuno si prende arbitrariamente un pezzo del nostro lavoro lasciando a tutti noi l’impressione di andare nella direzione giusta. Quella che dà spazio alla parola e alle idee, per quanto diverse e urticanti, senza rinunciare ai nostri principi (banalmente quelli della Costituzione) e ai nostri dubbi. Abbiamo la forza di una comunità che produce informazione da quasi centosessant’anni. Un patrimonio di tutti. Cambiano le tecnologie, le piattaforme e i meccanismi informativi. Non il nostro modo di raccontare le cose in modo autonomo, libero e scrupoloso. Confesso che, alla fine di un pomeriggio che definire triste è riduttivo, ci ha incoraggiato la solidarietà bipartisan arrivata dai Palazzi e dalla gente comune. A cominciare da quella del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per passare a Giorgia Meloni, Elly Schlein, Matteo Piantedosi, Giuseppe Conte, Stefano Lo Russo, Alberto Cirio. E potrei continuare per un’ora con nomi noti, meno noti e ignoti, utili a sottolineare che di fronte a gesti irricevibili, sgangherati, incomprensibili, questo Paese scopre di avere ancora un tessuto connettivo. Mi viene quasi da dire dei “valori”, parola che pensavo defunta e sepolta tra le piccole macerie di casa nostra. Serve un enorme sforzo comune per non perderli. Anche per questo non mi va di infilarmi sulla polemica legata alla sicurezza, alla necessità di proteggere un giornale come il nostro, da sempre obiettivo automatico degli antagonisti, almeno con una volante. I prossimi giorni chiariranno il quadro. Sapendo che in Italia, comunque, su dodicimila manifestazioni (un numero esorbitante e per certi versi confortante), solo il 3% si porta dietro degli scontri, grazie al lavoro delle forze dell’ordine e alla civiltà di chi protesta. La democrazia è faticosa. Apparentemente fuori sincrono. Richiede dialogo, compromesso, impegno. Comprensione dei fatti, degli angoli bui, sguardo sull’altro. Capacità di fare un passo indietro, di scommettere più sulle domande che sulle risposte, come suggerisce Vittorio Lingiardi in un magnifico libro, Farsi male, capace d spiegare perché siamo chiamati a confrontarci con l’aggressività mediatica, il rancore sociale, il fanatismo religioso. Siamo costretti a fare i conti con gli effetti del male del mondo sulla nostra vita interiore. Tutto, nel discorso pubblico ci spinge al muro contro muro. Chi ha la forza di dire basta? Possiamo scommettere almeno sulle nuove generazioni? E sull’equilibrio di chi ci guida? È complicato spiegare che cosa si prova quando si vede la propria redazione presa d’assalto. Come ci si sente violati. Esposti. Si percepisce un senso di fallimento, che serve comunque da stimolo per ricominciare da capo, con sempre maggiore convinzione, con sempre maggiore attenzione, moltiplicando la cura per le parole, la loro scelta, cercando di renderle meno contundenti, come ci ha spiegato, qui in redazione, Gino Cecchettin. Non si risponde alla violenza con la violenza. Lo si fa con il ragionamento. Richiesta complicata e sempre più necessaria in una società senza strumenti per affrontare la complessità. Citando ancora Lingiardi, e Calvino, è come se avessimo un sabotatore interno che ci porta ad «accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Seguiamo la rotta del dispiacere incapaci di cambiare direzione. Testimoni impotenti dello sterminio palestinese, dell’occupazione ucraina, della crisi umanitaria nel Darfur». Il livello di tensione cresce di giorno in giorno. Abbassare i toni è una responsabilità collettiva. Mi ha molto colpito, nella marea di messaggi di solidarietà, quello di Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche, con la quale in questi anni complicati abbiamo avuto confronti profondi e spigolosi, sempre con l’obiettivo di distinguere. A proposito dei teppisti fuoriusciti dal corteo pro-Palestinese mi ha scritto: «Sono sicura che non sono quelle le persone che intendono tutelare diritti e percorsi sui quali ci impegniamo e ci confrontiamo quotidianamente. La preoccupazione per queste forme sempre più violente che sfruttano le vere situazioni di criticità è tantissima, spero si possa recuperare serenità». Lo spero anch’io. È vergognoso sfruttare le “situazioni di criticità”, rifiutando il dibattito, per quanto duro, per sostituirlo con l’idiozia che annichilisce ogni cosa. Mi rifugio ancora una volta in Lingiardi. «È venuta a mancare la fiducia epistemica, ossia la capacità di considerare la conoscenza trasmessa da un’altra persona come degna di credito, generalizzabile e rilevante per sé». Condivido ogni sillaba. «La società si divide tra sospetto da un lato, credulità indiscriminata dall’altro, oscillando tra chiusura paranoide e adesione acritica». Non possiamo permetterci la disgregazione. Un suicidio mascherato da ribellismo giovanile. È un dovere etico e politico ricostruire gli argini attorno a questo dilagante fiume d’odio ebete e cieco. Scrive Wisława Szymborska: «Chi sapeva di che si trattava, deve far posto a quelli che ne sanno poco. E meno di poco. Infine, assolutamente nulla». A questo servono i giornali, a fermare la corsa verso il vuoto.



