di Salvatore Martino

Da bambini, figure come quella di Martino di Tours, il santo che divise il suo mantello con un mendicante infreddolito durante un acquazzone, affascinavano e solleticavano la nostra immaginazione.

Fare del bene, aiutare qualcuno, stare vicino a chi era solo, faceva scattare quel senso di umanità che ci portavamo dentro e che ci spingeva alla emulazione, alla solidarietà, alla ricomposizione di un mondo che immaginavamo dovesse essere unito, attento non solo ai nostri bisogni ma anche a quelli degli altri, e ci incitava a concepire e ad organizzare la vita secondo la logica del bene. Tutto questo, oggi, è stato sovvertito, cancellato, perché a prevalere è l’egoismo, l’individualismo, la prevaricazione, l’esclusione, il fastidio di avere attorno gente bisognosa che ci crea problemi. Personalmente, provo una grande nostalgia per quei contesti, per quei valori, che stimolavano a guardare la vita con generosità, con entusiasmo, e con speranza. Oggi, invece, ai più, la vita preoccupa, fa paura, procura sofferenza. Chissà se recuperassimo il buonsenso, se tornassimo a guardare il mondo con i nostri occhi e non con quelli di chi ha interesse a lucrare sui guai di questo mondo così lacerato dagli affari, forse vedremmo meno nemici in giro, meno cattivi, e più persone da aiutare e con cui condividere lo straordinario dono della vita.

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