
di Giuseppe Sammarro*
Continuiamo a parlare dell’emigrazione italiana in Germania, come già accaduto nel precedente articolo, in occasione dei 70 anni dall’accordo Italo-tedesco sul lavoro. Raccontiamo storie prevalentemente di lavoratori delle grandi e medie filiere industriali, delle miniere e del settore edile.
Tutti settori produttivi con forte presenza dei sindacati di categoria, ai quali aderirono anche i lavoratori immigrati. Un fattore che nel tempo si rivelò fondamentale, non soltanto per garantire parità di salario a parità di mansioni, ma anche per l’applicazione dei contratti nazionali nei confronti di tutta la maestranza. Ma tale circostanza divenne un ascensore professionale e socioculturale per una massa di lavoratori con scarsa, o nulla, conoscenza del lavoro di fabbrica e per le opportunità di crescita che esso garantiva. Una convergenza che garantiva ai lavoratori, tramite i loro rappresentanti eletti, piena partecipazione all’organizzazione del lavoro e la sua gestione. Per il lavoratore straniero il raggiungimento di questo traguardo avveniva dopo un lungo percorso seminato da ostacoli: come la diffidenza, la paura del diverso e persino il razzismo della peggiore specie.

E tuttavia lì incominciò il riscatto del (Gastarbeiter) lavoratore ospite così definito nell’accordo intergovernativo, come abbiamo visto nel precedente articolo. Con il nuovo statuto dei lavoratori del 1970-71 voluto dal governo federale social-liberale del cancelliere Willi Brand, questo documento sanciva definitivamente la presenza attiva dei lavoratori stranieri, in tutti gli organi di rappresentanza interna, quali “consiglio di fabbrica e delegato sindacale”. Il Gastarbeiter, proprio in virtù di questi accordi diventava, a tutti gli effetti lavoratore, con piena dignità e diritti di partecipazione. Rimane tuttavia un aspetto nella narrazione dell’emigrazione italiana in Germania di quegli anni, poco conosciuto, e degno di essere portato alla conoscenza di tutti, proprio per l’importanza che costoro hanno avuto nel contribuire alla crescita economica tedesca. Si tratta dei lavoratori migranti occupati nel settore dell’agricoltura. Lo faccio, se pur per economia di spazio, in modo sintetico, attingendo alla storia di Luigi, così come raccontato dalla giornalista Luciana Mella che lo ha intervistato. “La mia famiglia era contadina – racconta Luigi alla giornalista Mella - vivevamo solo dei prodotti del nostro piccolo podere. Non avevamo niente.

Avevo sentito che in Germania cercavano persone per i lavori nei campi e, insieme ad altri compaesani, decisi di partire. Con me avevo solo una piccola valigia di cartone, prestatami da un cugino tornato dal Brasile. Ci hanno portato prima a Roma e poi a Verona. A Verona sono stato tre giorni, per essere sottoposto a visita da parte di una commissione di medici tedeschi. Tre giorni in una stanza dove erano allocati quindici letti a castello. Successivamente ci hanno messi sul treno e ci hanno fatto scendere a Monaco di Baviera. Era il 4 marzo 1957. Io avevo un contratto stagionale come bracciante agricolo e sono capitato nel Baden Würtenberg. Alla stazione di Stoccarda mi è venuto a prendere un signore che mi portò a Mosbach, un paesino in mezzo alla campagna. Per prima cosa mi fece vedere la mia stanza, era sopra al granaio, c’era un letto con un materasso di paglia, una sedia, un armadietto e un lavabo, ma senza specchio. Faceva tanto freddo sono stato lì due mesi, non mi piaceva perché questa persona credeva che io ero uno schiavo, e mi trattava come uno schiavo. Così decisi dì andarmene. Non mi ha nemmeno pagato, solo ingiurie e minacce di denunciarmi e farmi rimpatriare. Fortunatamente trovai un altro lavoro e dopo qualche anno le cose andarono meglio. I soldi comunque erano pochi. A casa non c’era né il frigorifero, né la televisione. Avevamo solo una piccola radio, molto vecchia, che ci avevano regalato i tedeschi. Una sera l’accesi e sentii parlare in italiano. Mi sobbalzò il cuore. Mi sembrò di essere arrivato alle stelle. Da allora, tutte le sante sere, sentivamo le notizie, le canzoni, gli auguri. Per noi era la cosa più bella della giornata. Prima si ascoltava Radio Colonia e poi si mangiava”. La storia di Luigi, classe 1935, originario della provincia di Caserta è una testimonianza, un vissuto simile a quelli di migliaia di altri giovani e non, che a partire dalla fine degli anni cinquanta, lasciarono l’Italia per andare a lavorare in Germania. Memorie di anni carichi di tristezza e discriminazione, ma anche di torti subiti ingiustamente, specialmente nel settore agricolo. Eppure tre quarti d’ora di un programma radiofonico in italiano bastava a tener loro compagnia ogni giorno, dandogli l’impressione di avere una “ zolla d’Italia “ nella loro misera stanza.
*Cittadino ed ex rappresentante della Cgil



