
di Giuseppe Sammarro*
Il venti dicembre del 1955 l’Italia e la Repubblica Federale di Germania firmarono un accordo sul lavoro, che divenne un ponte trai i due Paesi di persone e di storie.
Il protocollo fissava i termini sull’assunzione di lavoratori italiani, noto come accordo italo-tedesco sul lavoro. Oggi a distanza di 70 anni, volgendo lo sguardo a quel documento vediamo la storia di migrazioni, di sacrifici e separazione di famiglia e affetti, di incontri e discriminazioni che ha lasciato un segno profondo in entrambi i Paesi. Mi preme ricordare che l’accordo precedette di due anni i trattati di Roma del 1957 firmati al Campidoglio, che istituirono la Comunità Economica Europea e la libera circolazione dei lavoratori, nei paesi membri. Il contesto storico vedeva la Germania ovest, nel secondo dopoguerra, in piena ricostruzione, leva di uno straordinario boom economico. La manodopera disponibile si rivelò presto insufficiente a soddisfare le richieste dei settori fondamentali, come l’industria pesante, mineraria e edile. L’Italia invece era ancora segnata da disoccupazione diffusa e povertà, in particolare nelle aree rurali e nel sud del Paese. L’accordo del 1955 dava risposta e sfogo alle loro esigenze. La Germania otteneva lavoratori per le fabbriche, miniere, cantieri e ferrovie, l’Italia trovava uno sbocco alla disoccupazione e alla pressante pressione sociale. Alcune zone del nord, Veneto e Friuli in particolare, e il Mezzogiorno strutturalmente affamato di lavoro, creava un humus pericoloso per la stabilità dei governi a guida democristiana dell’epoca. Il reclutamento e la selezione dei lavoratori avvenivano attraverso uffici speciali e commissioni mediche tedesche, spesso con visite degradanti. I contratti di lavoro a tempo determinato erano esclusivamente finalizzati alle imprese richiedenti. I primi treni di migranti partirono dal Veneto, Friuli, Calabria, Sicilia e Puglia, diretti verso le grandi città industriali e i Distretti minerari del bacino della Ruhr e non solo. La quasi totalità di loro non conoscevano né la lingua né la società e le complessità della società del Paese che li ospitava, definiti per contratto ”Gastarbeiter”, lavoratore ospite appunto. Questa massa di lavoratori dovette da subito confrontarsi con una dura realtà, turni di lavoro lunghi e massacranti in ambienti chiusi e rumorosi, alloggi spartani in baracche spesso recintate, con regole severe, uomini e donne separate coprifuoco e niente ospiti. Assoluto isolamento sociale e culturale. Il tutto avveniva alle periferie di belle e civilissime città come Monaco, Dortmund o Francoforte e Amburgo. Loro non ne facevano parte, il loro compito era spingere l’economia e il benessere del Paese che li ospitava e pagava stipendi molto superiori a quelli del paese di provenienza. Non c’erano altri obblighi da rispettare da parte delle autorità tedesche, questo era previsto nell’accordo intergovernativo. Niente parità di diritti, trattamenti e sicurezza sui posti di lavoro, a questo pensarono i sindacati, tantomeno processi di integrazione sociale e culturale. Non c’è n’era bisogno, erano solo ospiti, quando non sarebbero più serviti ritornavano alle loro case. Non andò così, tra il 1955 e la fine del 1980, erano oltre 500.000 gli italiani che lavoravano in Germania, un lasso di tempo che ha cambiato la percezione iniziale dei tedeschi verso questi lavoratori, la società era andata oltre le ferree condizioni dell’accordo. Certo molti tornarono, in maggioranza, volontariamente, altri però si stabilirono dando vita ad una comunità Italo-tedesca vivace e presente in tutti i comparti dell’economia e della società. Il lavoratore immigrato isolato e emarginato, il “Gastarbeiter” non fu solo un fattore di esigenza economica, ma anche culturale, portò contaminazioni linguistiche, gastronomiche e sociali che oggi sono patrimonio dell’Europa. Oggi, la libera circolazione in Europa ha regalato alla storia i vecchi accordi bilaterali di manodopera. Penso tuttavia che sia importante ripercorre e ricordare questa storia, che ci fa capire, in modo particolare modo alle nuove generazioni europee, come l’Europa democratica, sociale, culturale e pacifica, abbia costruito la sua identità comune anche attraverso le immigrazioni. Spero che i 70 anni dal patto apra nel nostro Paese una seria riflessione sulle politiche migratorie di questo Governo che superi i decreti sicurezza, come la Bossi-Fini, lo sperpero di ingenti risorse per strutture di detenzione alla Trump. E si guardi con serenità e umanità su cosa significa partire, accogliere e costruire insieme—allora come oggi.
*Cittadino ed ex rappresentante della Cgil



