
di Giuseppe Sammarro*
Nei tre articoli precedenti abbiamo cercato di capire, sotto l’influenza emotiva unita ad un malessere di colpa e impotenza, chi sono i protagonisti di tanta crudeltà, che non paghi di bombardare a tappeto interi quartieri, ospedali, siti religiosi e campi profughi, usano deliberatamente e indiscriminatamente la fame per annientare ogni barlume di dignità, facendo di uomini, vecchi, donne e bambini una massa di straccioni scheletrici, che si azzannano come belve per un po’ di cibo.
Questa massa di zombi che non vengono considerati degni della razza umana, ma buoni, all’occorrenza, di un colpo di fucile. Un popolo che pur tra mille difficoltà viveva in città con servizi sanitari, scuole, un servizio sociale capillare, e, la cosa più importante per ogni uomo, vivere del proprio lavoro. Dove oggi ci sono solo rovine e disperazione, c’erano negozi, cinema, teatri e caffetterie. C’era la vita. Ora spenta e con essa ogni speranza. Questo ci raccontano gli occhi senza luce dei bambini sorretti dalle braccia scheletriche delle mamme. Sulle cause, le valutazioni politiche e geopolitiche, gli interessi economici e di territori da annettere o di sopravvivenza politica, per non essere condannati e altre miserie di cui il genere umano e capace pur di combattersi, si continua a dibattere e dividersi. Con grande ipocrisia e pelosa esternazione di orrore, continuando a foraggiare la macchina di morte di Benjamin Netanyahu, un criminale di guerra ricercato a livello internazionale che il cosiddetto capo del mondo libero, Donald Trump lo ha definito un eroe di guerra. Mentre tutto ciò accade l’unica democrazia del Medio Oriente continua a portare a termine il genocidio dei palestinesi. È nulla e nessuno può, o meglio vuole fermare le migliaia di Ebrei che scendono a protestare, perché sembrano più interessati alla liberazione degli ostaggi, che al destino di coloro che debbono essere deportati. Secondo gli analisti il consenso maggioritario di cui gode Netanyahu nella popolazione israeliana lo spinge ad attuare questo autentico genocidio prima e deportazione dopo. A me pur nella mia impotenza da spettatore, alcune domande mi lacerano: perché tanto odio? Da dove è originato? Cos’è la Palestina e chi sono questi due popoli che se la contendono? Ognuno rivendica di averne diritto divino, alimentando un conflitto senza fine, con l’unica soluzione (davvero aberrante) che diventa l’eliminazione dell’altro. Nella Bibbia i cosiddetti palestinesi, come tutti gli arabi discendono da Israele, il figlio di Abramo e dall’egiziana Agar sua schiava. Dunque non sono diretti fratelli con gli ebrei ma quantomeno fratellastri. I messianici danno una lettura nella quale pur avendo un progenitore comune, i palestinesi hanno sempre covato odio verso gli Ebrei che dura fino ad oggi. Seguendo il solco delle profezie bibliche per quando riguarda Israele, loro ritengono che Dio adempiendo alle sue promesse al popolo ebraico, lo fa unicamente perché è il popolo eletto discendente da Abramo, e individuano nella terra di Palestina la terra promessa per volere divino. Dunque secondo questa interpretazione i palestinesi, in quando arabi, sono esclusi dalla promessa di Dio. Le sacre scritture ci dicono, come abbiamo visto, che gli arabi sono anch’essi posterità di Abramo in quando figli di Ismaele e Agar. Ed anche loro hanno nella scrittura riferimenti precisi a delle promesse che Dio fece a loro. L’appellarsi del Governo di Israele nella sua componente più radicale a rivendicare l’assoluto diritto sulla Palestina, usando la Scrittura come legittimità al possesso della terra promessa e applicando politiche di occupazione e genocidio, non è altro che nazionalismo di matrice fascista. Di come la Bibbia sia stata manipolata per colonizzare la Palestina, voglio segnalare, a chi come me cerca risposte, il libro del reverendo Mitri Raheb, (The Land, the People, The Bibel” edito da Orbits Books”) in italiano “decolonizzare la Palestina”, pastore palestinese arabo e cristiano, affermato teologo nato a Betlemme da una famiglia le cui radici risalgono a secoli fa. La sua vita e il suo magistero sono stati plasmati dalla dura politica di occupazione di Israele sotto tutti i governi. Questo libro di Raheb ci aiuta a capire le radici religiose che stanno alla base del colonialismo d’insediamenti da parte dei sionisti-Ebrei, mirato a spogliare i palestinesi della loro terra, dei mezzi di sostentamento e delle loro radici. A quei tempi la regione che oggi chiamiamo Palestina, era principalmente divisa: a sud la Giudea, al centro la Samaria, e a nord la Galilea. Ai tempi di Gesù erano parte della provincia romana di Siria, dopo la rivolta Ebraica del 135 d.C. i romani ribattezzarono quei luoghi Syria-Palestina. Seguendo le sacre scritture, la terra promessa (Canaan) da Dio al popolo eletto, era abitata da un insieme di popoli e culture che vivevano in città fortificate, ed era un importante crocevia commerciale tra Egizi, Hittiti con i popoli del mare. Secoli prima dell’arrivo degli Ebrei, alla luce di questa breve descrizione, che non dà risposte esaustive per capire le radici di tanto odio, al contrario ne pone di nuove, mi pare evidente che il paradigma utilizzato dalla politica, dal mondo accademico e dai media, per descrivere gli eventi in Palestina, solo come conflitto per la terra, per i luoghi sacri e persino l’apartheid, non riescono a spiegare le profonde radici dell’odio. Forse in attesa e nella remota speranza che si ponga fine alla mattanza, si trova un altro quadro di riferimento, ad un altro paradigma capace di rompere la spirale dell’odio che costringa i governi ad elaborare una reale e duratura politica di convivenza se non proprio di amore almeno di buon vicinato.
*Cittadino ed ex Rappresentante della Cgil



