di Salvatore Martino

Ricordare, oggi, una persona che non c’è più, che ci ha lasciati dieci anni fa, non è solo un dovere di circostanza, ma costituisce l’occasione per rileggere meglio e in maniera, forse, più serena, il significato della sua vita, soprattutto, se ad essa si deve riconoscenza e gratitudine.

Ricordare, infatti, dopo tanti anni, un amico come Giuseppe Tedesco, diventa una occasione importante, perché consente di descrivere in maniera, forse, più lucida, i tratti di un uomo che, nel corso della vita, non è stato semplicemente un amico, ma anche un compagno di viaggio con cui, alcuni di noi, hanno condiviso anni, stagioni, esperienze, e tanti momenti speciali di vita. Momenti, che hanno disegnato la storia di un cammino comune bellissimo che, iniziato all’interno di una associazione come l’Azione Cattolica, è poi continuato nel Centro Studi Rossanese “Vittorio Bachelet”. Successivamente, è proseguito nella Scuola Diocesana di Formazione Sociopolitica e in tante altre esperienze che hanno contrassegnato quel cammino, che oserei definire formidabile, ricco di sfaccettature, di suggestioni, di speranze. L’obiettivo era quello di contribuire al cambiamento di questa società che, già verso la fine degli anni ‘90, aveva cominciato a presentare delle crepe che, poi, sono diventate dei macigni, e successivamente, si sono trasformate in vere e proprie frane, che hanno investito questa società e questo mondo che, speravamo tanto, andasse in tutt’altra direzione. Giuseppe, per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo, era innanzi tutto un uomo di fede, uno che conosceva bene la coerenza, una persona molto semplice e schietta, un generoso, uno che amava la vita e desiderava che essa potesse essere, per tutti, una opportunità per cambiare questa società e renderla migliore (una volta si diceva così), fatta di fratellanza, di giustizia, di solidarietà, di amore verso gli altri, e per cercare di mettere dei paletti ad un mondo che stava, già, cominciando ad andare in malora. Ricordare, oggi, Giuseppe, in un contesto storico così trasformato e così drammaticamente incerto, diventa l’occasione per riflettere con più attenzione su quanto sta accadendo oggi nella società, nella Chiesa, nel territorio, e nel mondo, cercando di capire con la stessa inquietudine che era di Giuseppe, come uscirne, salvando tutti quei valori che sono stati accantonati e che, invece, oggi, servono per tenere in piedi l’umanità. Valori nei quali Giuseppe ha creduto tanto, e per i quali si è speso, restando in fondo al tempio e non guardando ai primi posti, in silenzio, con discrezione, con responsabilità; ma anche con la determinazione di chi sapeva che la vita è un dono straordinario che non può essere vissuto solo nel proprio privato, ma impiegato come salvacondotto per salvare, insieme agli altri, questo mondo che sembra in agonia. È stato questo il senso della sua vita, e di questo gliene siamo tutti profondamente grati.

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