
di Salvatore Martino
Una mattina di agosto di molti anni fa, alle prime luci dell’alba, il sagrista, con buona lena, si apprestava ad aprire il portone grande della cattedrale, per consentire ai fedeli di partecipare alla prima messa del giorno, che allora era detta messa dell’alba, e alla quale erano soliti intervenire moltissimi fedeli, soprattutto, dalle periferie della città e dalle contrade.
Fuori, il sole stava timidamente sorgendo; non c’era ancora nessuno, tranne una donna che, in attesa, se ne stava, quasi nascosta, in disparte. Era a piedi nudi, come accadeva, in alcuni casi, in passato, in segno di penitenza e di umiltà. Entrò in chiesa, percorse lentamente la navata centrale e, giunta dinanzi alla sacra immagine dell’Achiropita, si genuflesse per qualche istante in segno di saluto, poi, si mise in ginocchio. Se ne stette per un po’ col capo chino, per rispetto; poi, alzò lo sguardo in direzione della Vergine cercando, forse, di incrociare i suoi occhi. Stava lì, poggiata alla balaustra, senza proferire alcuna parola, né preghiera. Il suo sguardo era colmo di tristezza e di emozione, i suoi occhi erano bagnati dalle lacrime che fluivano abbondanti fino a bagnarle il petto. Io ragazzo, ero lì, con mia madre, e confesso che ad un certo punto, incuriosito da quanto stava accadendo, corsi davanti all’altare per vedere se la Madonna si muovesse, ma fui subito ripreso e rimproverato da mia madre che mi impose di stare fermo vicino a lei. Non era facile comprendere se quelle lacrime fossero di gioia o di dolore. L’espressione di quella donna non era decifrabile; di certo, pur non proferendo alcuna parola, dava l’impressione che stesse comunicando con l’Achiropita. L’espressione dei suoi occhi, il sorriso appena abbozzato, e i movimenti del viso, lasciavano immaginare che era in corso un dialogo silenzioso con la Madonna. Chissà, qualche grazia da chiedere o un ringraziamento da rivolgere a Colei che per definizione è la madre di tutti, soprattutto dei poveri e dei bisognosi.
Col trascorrere dei minuti, la gente, sempre più numerosa, entrava in chiesa, alcuni lo facevano rumorosamente, altri, invece, sfilavano pregando sottovoce. Tutti si fermavano davanti all’altare dell’Achiropita, chi si limitava a guardare, chi faceva il segno della croce, chi pronunciava preghiere, chi, invece, lasciava parlare il cuore e, silenziosamente, a Lei si rivolgeva.
Quella donna sembrava non accorgersi di nulla, continuava il suo dialogo silenzioso con la Madonna senza dare la minima importanza a quanto si svolgeva attorno a lei. Alcuni si inginocchiavano davanti all’altare, altri sostavano davanti al simulacro della Achiropita, adornato di fiori come si suole fare nel mese di agosto.
Il suono della campanella annunciava l’inizio della messa, e fu a quel punto che la donna si alzò e si posizionò poco distante dalla Vergine, con lo sguardo rivolto verso l’altare maggiore, dove stava per iniziare la celebrazione. Lei non sembrava per nulla imbarazzata, restò ritta in piedi, con gli occhi pieni di lacrime, lo sguardo perso e, in cuor suo, forse, continuava a dialogare con la Vergine. Molti notarono che la donna era scalza, ma nessuno sembrava essere incuriosito o stupito da quella condizione. Il clima che si era creato durante quella celebrazione era davvero mistico, all’insegna della preghiera e della spiritualità più intensa. Ognuna delle persone presenti in chiesa recava certamente un fardello di richieste, di problemi, di istanze, da presentare alla Madonna, e anche se tutti partecipavano alla celebrazione, lo sguardo e il pensiero di ciascuno andavano continuamente verso l’Achiropita.
Terminata la celebrazione, quella donna fu l’ultima ad uscire. Tornò davanti all’immagine della Vergine con gli occhi ancora lucidi e, dopo qualche istante, alzò la mano in segno di saluto affettuoso, come si fa per salutare una persona cara. Intanto, nello spiazzo antistante la cattedrale c’era ancora tanta gente, che si intratteneva a salutare e a conversare. Lei evitò gli sguardi e, con la testa china, forse un po’ a disagio per essere a piedi nudi, imboccò la strada che portava verso uno dei quartieri periferici della città.
La donna vista in chiesa, viveva nei pressi del quartiere dove abitava la mia famiglia e, personalmente, quella signora, l’avevo vista altre volte. Dopo qualche ora, mi meravigliai nel vederla sorridente come non era in cattedrale. Pensai che, forse doveva essere accaduto qualcosa, che forse la Madonna le aveva fatto una grazia, o forse no. Non potevo saperlo, certo la sua espressione era cambiata. Non era più triste, era dolce e sembrava felice. Ero sicuro che in quel cambiamento di umore, in qualche modo, c’entrasse proprio Lei, l’Achiropita. La cosa, però, per me restò un mistero. Col passare degli anni, continuai a chiedermi cosa fosse successo quella mattina, ma non seppi mai darmi una risposta precisa.
Ancora oggi, quando entro in cattedrale, e vedo gente accostarsi all’altare dell’Achiropita, cerco di osservare i loro atteggiamenti, le loro espressioni, i loro occhi sinceri, a volte commossi, che forse chiedono qualcosa. Forse, grazie o miracoli, forse, più semplicemente, protezione o coraggio nell’affrontare il complicato cammino della vita, che non sempre si presenta facile, anzi, il più delle volte, per essere affrontato, ha proprio bisogno di protezione e di speranza. Quella protezione e quella speranza che la Vergine Achiropita, nel corso dei secoli, non ha mai negato a nessuno, e la città intera, in qualche caso, lo ha sperimentato per davvero, prova ne sono gli occhi lucidi e i volti sorridenti di coloro che a Lei continuano a rivolgersi.
La Vergine Achiropita va narrata alle giovani generazioni, sicuramente attraverso la grande storia, attraverso la teologia, la liturgia, ma anche attraverso le piccole storie che, poi, sono quelle che costituiscono la storia della nostra comunità. Una storia fatta di persone, di famiglie, profondamente intrecciate tra di loro e legate alla figura della Vergine Achiropita che, da secoli, parla a questa comunità e a coloro che a Lei si rivolgono, sollecitandoli ad una maggiore fedeltà al Vangelo e ad un più rigoroso rispetto dell’uomo che, in questa fase assai tormentata e traviata della storia, appare quasi sempre come vittima sacrificale dell’egoismo, e non come creatura di Dio. In un mondo degradato e frantumato come il nostro, la Vergine Achiropita è, per noi che viviamo in questo pezzetto di mondo, la grande speranza di cui abbiamo bisogno, per uscire dal torpore e dalla rassegnazione, che ci tengono prigionieri in questa terra meravigliosa, che fu di santi, di eremiti, e di pionieri della speranza.



