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di Rosella Librandi Tavernise

La storia delle mie bambole si inserisce nella Storia del Paese e nella storia del mio paese, Vaccarizzo Albanese, in quanto la prima bambola me l’ha portata zio Paolo di ritorno dalla prigionia in America: era il febbraio del 1946 e io avevo quasi 3 anni.

Mio zio Paolo Greco era stato uno dei soldati fatti prigionieri in Tunisia dagli Inglesi e ceduti agli americani durante la Seconda Guerra Mondiale che si svolse, in parte, in Africa Settentrionale e vide contrapposti gli eserciti dell’Asse (Italia-Germania) a quelli degli Alleati (Americani e Inglesi), per il controllo di Egitto, Libia e Tunisia. Iniziò le ostilità l’Italia, in Egitto, subito dopo la dichiarazione di guerra, il 5 Maggio 1940, per impedire agli Inglesi il passaggio nel Canale di Suez, obbligatorio per i rifornimenti nei loro domini asiatici, per mantenere i territori africani precedentemente conquistati nella Guerra in Africa Orientale (1935-36) e per conquistare anche altre terre ricche di petrolio (nella suddetta “Campagna d’Africa” cadde, in Etiopia, il nostro compesano Antonio Dramis dei Dramis il quale fu insignito di medaglia d’oro ed ebbe anche l’intitolazione della piazza antistante al palazzo Cumano, più nota come “Sheshi Kumënit”).

Dopo le iniziali avanzate, l’esercito italiano fu respinto dal contrattacco inglese e costretto ad arretrare via via fino in Libia e, poi, in Tunisia. Inoltre, nel Novembre del 1942, sbarcarono in Marocco e in Algeria le truppe americane a sostegno dei loro alleati Inglesi, le quali iniziarono ad avanzare verso la Tunisia: le truppe italiane, grazie anche all’aiuto degli alleati tedeschi, resistevano ma, incalzate su due fronti, da eserciti più numerosi e meglio equipaggiati, dovettero arrendersi; era il 13 Maggio 1943. Gli Inglesi fecero 250˙000 prigionieri che, uniti agli altri presi nelle battaglie precedenti, crearono loro grossi problemi di gestione nei campi di raccolta dove mancavano servizi igienici, alloggi, vettovagliamenti, cure mediche e medicine e dove si stavano diffondendo fra i prigionieri e gli stessi vincitori malattie infettive quali il tifo, la dissenteria, la malaria, per cui, prendendo accordi con gli Americani, a questi furono ceduti 51˙000 prigionieri trasferiti negli USA, dove necessitava forza-lavoro, su navi salpate dai porti del Nord Africa. In America i prigionieri, tra i quali anche Giuseppe Berto, futuro scrittore pluripremiato, furono dislocati in vari Stati; zio Paolo, avendo contratto l’epatite virale e la malaria, fu ricoverato dapprima in un ospedale nell’Ohio, dove fu curato molto bene; a guarigione avvenuta, fu internato in un campo di prigionia a Salt Lake City, nello Utah. Negli USA il trattamento riservato ai prigionieri era soddisfacente, a differenza di altre prigionie. In America i soldati semplici prigionieri, furono occupati nell’agricoltura e nell’industria non bellica, gli ufficiali, invece, in servizi di pubblica utilità. Zio Paolo, entrato nell’esercito col grado di Tenente, essendo laureato, fu impiegato nel refettorio: doveva controllare la pulizia della cucina e badare che la razione abbondante e varia di cibo, presa dai prigionieri dal fornitissimo buffet, fosse tutta consumata. I motivi di tale trattamento, oltre che umanitari, avevano uno scopo politico: ai prigionieri provenienti dalle dittature, si voleva inculcare l’idea che in democrazia c’è benessere e progresso. Nel campo si godeva di parecchia libertà: si poteva uscire e girare per la città, fare amicizie, attività sportiva, andare al cinema e in chiesa, ecc e ricevere visite. A zio Paolo andò a far visita, per ben due volte, lo zio Carlo, emigrato a New York intorno ai primi anni del ‘900. A fine guerra, i prigionieri furono rimpatriati in date diverse: zio Paolo tornò nel Febbraio del 1946, dopo circa 3 anni di prigionia.

Pur essendo piccolissima, ricordo bene il suo arrivo in paese; appena si diffuse la notizia, tanta gente accorse a casa dei miei nonni: si parlava, si rideva, si piangeva e io, ovviamente, non ne capivo il motivo per cui, frastornata, quando il mio bellissimo zio mi mise in mano la grande bambola di porcellana non seppi tenerla, mi cadde dalle mani e il suo paffuto visino si deturpò; per l’imbarazzo e la vergogna nascosi il viso nel grembo di mia madre.

In seguito, sempre dall’America, mi sono state mandate altre bambole, ugualmente belle: era il dopoguerra e dagli USA cominciarono ad arrivare in paese i pacchi mandati da parenti e da amici emigrati anni prima. Venuti a conoscenza delle precarie condizioni economiche in Italia, i parenti americani cercavano di alleviarne i disagi mandando vettovaglie di ogni genere. Anche organizzazioni non governative come il C.A.R.E. (Cooperative for American Remittance to Europe, aiuti umanitari post-bellici) organizzavano spedizioni di viveri, medicinali, indumenti e generi di prima necessità: carne in scatola, zucchero, latte in polvere, cacao, medicinali e vestiario che furono un sostegno fondamentale per gli italiani i quali, così, conobbero un altro tipo di alimenti: il cibo in scatola. Non so se a Vaccarizzo siano arrivati i pacchi-dono C.A.R.E. però arrivavano i pacchi dei parenti, attesi con grande trepidazione: erano cuciti in sacchi di stoffa e contenevano di tutto: vestiario, stoffe, sapone, cibo; era questo il loro modo di dimostrare solidarietà; tuttavia molti oggetti erano di uso improbabile: in paese mai le donne avrebbero indossato strani cappellini e borsette o abiti da sera o rossetti Max Factor indelebili, per cui i ragazzini li utilizzavano per i travestimenti di Carnevale; ciò è comprensibile: avendo assorbito un nuovo modo di vivere, gli “americani” non ricordavano più il tipo di vita perdurante nel paese d’origine. I pacchi in paese continuarono ad arrivare durante tutti gli anni ‘50. Per disobbligarsi in qualche modo, i parenti vaccarizioti mandavano a quelli americani il pepe rosso pestato finissimo dopo l’essiccazione e soppressate, soprattutto, molto apprezzate perché ricordavano loro il sapore, il profumo e il colore del paese lasciato molti anni prima. I pacchi erano confezionati seguendo una serie di accorgimenti perché potessero sfuggire ai controlli, alla dogana. In questo periodo, un’amica di mia madre riallacciò i rapporti epistolari con lei e, nell’apprendere che eravamo quattro bambini, cominciò a mandare giocattoli per i miei fratellini, giubbotti col cappuccio, allora sconosciuti, saponette profumate e colorate a forma di animaletti e, a me, due bellissime bambole e altri giocattoli. Forse temendo che le avrei rotte come la prima, mia madre con queste bambole mi faceva giocare solo quando ero a letto con la febbre, una volta guarita le riavvolgeva in un panno e le riponeva in uno scatolone sopra l’armadio in camera sua e così sono rimaste. Anch’io, a casa mia, le conservo sopra l’armadio e alle mie figlie le ho fatto vedere soltanto una volta, quando erano ormai grandicelle.

A me, però, più che giocare dentro casa, con le bambole, piaceva giocare fuori, all’aperto, con i miei coetanei di Via Skanderbeg, dov’era la casa dei miei nonni materni presso i quali io preferivo stare in quanto la mia, in Piazza, non aveva un vicinato affollato di bambini e se, per qualche motivo, ero costretta a stare dentro, mi piaceva fare “nuset”, le bamboline di pezza, con i ritagli di stoffa colorata, come facevano pure le mie compagne (tipico passatempo di Vaccarizzo che coinvolgeva piccoli e grandi).

Pure nel dopoguerra, dai cosiddetti “sfollati” che venivano da Paola ogni tanto e scambiavano, soprattutto con olio, stoviglie, vasellame e graziose bambole di gesso, mia madre ne acquistò una che collocò nel mobiletto a colonnina in un angolo del soggiorno (oggetto di arredamento forse un po’ kitsch, ma tanto carino).

Inoltre, alla fiera del 2 Aprile, che si svolgeva in Via San Nicola, in occasione della festa di San Francesco di Paola, a me piaceva comprare le graziose bamboline in miniatura nella culla, nel girello, nel seggiolone, simili a quelle che oggi si usa dare come bomboniere. Anche alcune mie amiche possiedono la bambola arrivata dall’America in quel tempo lontano in cui abbiamo vissuto dentro la Storia.

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