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Il vecchio abitato di Corigliano ė ubicato su due colline, a circa 200 metri slm. La vecchia SS 106 era, nel settembre del 1943, l'unica arteria che lo serviva e, peraltro, era l'unica strada percorribile sulla direttrice litoranea Jonica. Il versante nord dell'abitato è molto scosceso e la 106 presenta un tornante che, allora, era dotato di un raggio di curvatura molto stretto.

Da ciò nasce tutto quel che racconteremo. Gli automezzi alleati, almeno i camion, avevano un raggio di sterzata molto ampio e, pertanto, erano costretti ad operare delle manovre di va e vieni da cui derivava un perditempo che, moltiplicato per le centinaia di autocarri, causava un forzoso e grave ritardo nel transito della colonna. Per questo motivo si originavano lunghe soste di automezzi di tutta la colonna, ognuno in attesa del proprio turno per effettuare la fastidiosa manovra. Quelle soste consentivano, provvidenzialmente, a quei militari di intavolare trattative con i civili per concordare il baratto, o l'acquisto, di un po' di tutto: frutta fresca, liquori dolciastri fatti in casa e, persino, orologi di fattura dozzinale che, stranamente, suscitavano un incredibile interesse presso i soldati americani, forse per il prezzo oltremodo allettante. Mio fratello, tredicenne (io avevo dieci anni), si era messo nel giro di questo redditizio "commercio" barattando certi insipidi piccoli meloni, di una mal riuscita raccolta, che mio padre aveva acquistato come mangime destinato all’alimentazione del maiale. Quei meloni che persino il maiale non apprezzava più di tanto, risultavano, stranamente, molto graditi al generoso palato di quegli Yankee (gli inglesi no, erano più guardinghi ed esigenti). Mio fratello estese, poi, la sua attività ai pomodori, molto graditi a soldati le cui abbondanti scorte erano però carenti delle vitamine contenute nella frutta fresca e quei pomodori, con nostra somma meraviglia, abituati com’eravamo a mangiarli conditi, loro li divoravano come frutta, senza accompagnarli col pane. Non vi dico il ben di Dio che entrava a casa, frutto di quella "spericolata operazione commerciale" fatta all'insaputa di mio padre che, quando se ne accorse, scatenò il finimondo. Ma il finimondo dovette per forza aver fine quando mia  madre lo convinse che, in fondo, mio fratello, non stava commettendo nulla di illecito, anzi, riusciva a risolvere certi problemi di approvvigionamento alimentare, non di primaria necessità, ma utili a far dimenticare anni di forzata rinuncia (biscotti, zucchero, caffè, cioccolata, tè, caramelle, liofilizzati da diluire in acqua e, persino, würstel, conservati in scatola, un tipo di salsicciotto a noi sconosciuto ma di gusto assai gradevole). Mio padre non cedette subito. Ma quando mio fratello gli gettò sulla scrivania una stecca di sigarette Camel, dopo una molto prolungata astinenza da sigarette che lo aveva attanagliato per tanti mesi, borbottò qualcosa e poi aprì la stecca. Su una cosa non cedette: l'umiliazione di "chiedere", a quei soldati, con modalità da elemosina. Un giorno volli, anch'io, provare a fare qualcosa e, tendendo la mano, gridai ai militari di una camionetta: "mister, biscuit". Quelli m'inondarono di biscotti, ed io, che non mi ero ancora ripreso per lo stupore dovuto al successo dell'esperimento, dovetti sopportare due violenti ceffoni di mio padre che, inosservato, aveva assistito, da lontano, alla scena. Ne sento ancora il bruciore. In compenso, imparai a non pietire, mai, nella vita, e fu il mio primo approccio con la parola DIGNITÁ.

Ernesto Scura

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