
PREMESSA:
Un magistrato inquirente, Eugenio Facciolla, allora PM della Direzione Antimafia del Tribunale di Catanzaro, nel suo furore giustizialista congeniale a tutta la magistratura d’assalto, mi ha fatto, impunito, del male, tanto, ma tanto, ma tanto male.
È non ha pagato pegno, e non ha subito danni alla carriera. Quando, poi, con le stesse modalità, Nicola Gratteri lo ha a sua volta, inquisito, il Facciolla godette del beneficio di cui, da sempre, godono i magistrati: l’impunità. Morale della Favola? La lezione è servita a Facciolla a fargli capire l’enorme scelleratezza di cui si può rendere colpevole un PM, e se ne è reso talmente consapevole che, addirittura, ha pubblicamente dichiarato che al prossimo referendum sulla giustizia … V O T E R Á, teniamoci forte, …. S Ì. A QUANDO LA COVERSIONE DI NICOLA GRATTERI ?
I (MIS) FATTI
Sono ingegnere, titolare, sin dal 1979, del Laboratorio RESISTEST, in Corigliano-Rossano, per esecuzione di prove sui materiali da costruzione, su autorizzazione del Ministero delle Infrastrutture. Nel novembre del 2002, alle tre di notte, vengo svegliato dalla telefonata della moglie, allarmatissima, di un ingegnere, tecnico del mio Laboratorio, per avvertirmi che a casa loro c’era la polizia per eseguire un mandato di cattura nei confronti del marito, per reati connessi con “presunte irregolarità” in certificazioni emesse sulle prove eseguite su conglomerati bituminosi, in combutta con l’Impresa che eseguiva i lavori sull’Autostrada Salerno-Reggio Calabria. Dopo mezz’ora squilla il citofono di casa. È la Guardia di Finanza che deve provvedere al sequestro del Laboratorio (pensate, sequestro di un’attività dichiarata, per Decreto, Servizio di Pubblica Utilità ! ). Scendo e apro il Laboratorio e gli Uffici. Davanti alla porta vedo il viso sfatto di un altro mio tecnico, in mezzo a due poliziotti che, prelevato e ammanettato, doveva presenziare al sequestro. Lascio tutti e salgo in casa per rimettermi in sesto con le idee. Ed è già tanto che non arrestarono anche me, probabilmente per ovvi motivi anagrafici (69 anni). Ma le sorprese non erano ancora finite, perché intorno alle otto del mattino, ancora uno squillo di citofono annunciava l’arrivo dei CARABINIERI che dovevano perquisire il mio appartamento. Lo fecero mettendo a soqquadro armadi, suppellettili, stoviglie, dispense e bagni, alla ricerca di chissà che cosa (lingotti d’oro, Assegni?) con l’unico risultato di terrorizzare i miei due figli che si videro profanare l’intimità delle loro stanze e, almeno per quel giorno, rinunciarono a recarsi a scuola per solidarietà. La procura aveva impegnato in quel blitz quasi tutte le Forze dello Stato. Mancavano AERONAUTICA e MARINA. Già telefonare ad un avvocato, alle quattro di notte, mi ripugnava e rinviai alle cinque. Cominciai a sfogliare il corposo volume dei capi accusatori. Il tutto nasceva dalla telefonata di un tecnico dell’impresa che chiedeva notizie sulle modalità di consegna dei campioni di conglomerato bituminoso. Gli fu spiegato che doveva portare in laboratorio i prelievi in cassette. Disse che, purtroppo, lui non disponeva di cassette, volendo riferirsi ai contenitori. Al che il tecnico disse che gliele avrebbe fornite lui, potendo utilizzare altre vecchie cassette. L’incaricato della trascrizione delle intercettazioni, confondendo il contenuto con il contenitore, interpretò la proposta come esonero dal portare i campioni perché “avrebbe provveduto lui con altri sicuramente favorevoli agli interessi dell’impresa”. Dopo l’assoluzione in un processo di primo grado, dopo l’Appello che rinviava in Cassazione che se lo teneva un ulteriore anno, il Processo era di nuovo in Corte d’Appello perché ritenuto di competenza della Corte d’Appello. E voilà: la PROCURA ANTIMAFIA di Catanzaro, di sua iniziativa, finalmente stanca dei reiterati, e ostinatamente accaniti assalti, chiedeva l’Archiviazione del processo e la sentenza della Corte d’Appello non poteva essere che di ASSOLUZIONE PERCHÈ… “IL FATTO NON SUSSISTE”. Cioè non esistevano reati e, ovviamente, nemmeno colpevoli. Però, al processo di 1º grado, in cui peraltro fummo assolti, il PM non aveva esitato a chiedere, nei miei confronti, una condanna a 4 anni e 7 mesi. CONCLUSIONI: Ai tecnici fu riconosciuto un indennizzo, per ogni giorno di “ingiusta detenzione”, di 235 euro. Per ogni giorno di arresti domiciliari 175 €. Immaginate che ricco banchetto con i “fichi secchi” ne conseguì. A ME, non avendo sofferto carcerazione, NULLA. Non rimborso spese legali fatturate in 100.000 €. Non il rimborso dei 250.000 euro consumati dalla GESTIONE GIUDIZIARIA, senza ombra alcuna di incassi, per insipienza e incapacità di gestione degli Amministratori Giudiziari. Non MANCATI GUADAGNI per tre anni. Tutta questa BEFFA GIUDIZIARIA ha gravato sul mio patrimonio la bella cifra di 500.000 euro. E scusate se è poco. Il PM dell’inchiesta si chiama EUGENIO FACCIOLLA. Anche lui è finito sotto il torchio della magistratura e degli organi supremi del CSM. Non gli auguro le mie pene.
Ernesto SCURA (Novantaduenne ingegnere calabrese di etnia arbëresh)

P.S. (1)
Quel P.M. appena ottenuto il rinvio a giudizio dal GUP, Massimo Forciniti, iniziò il giro delle sette chiese per gloriarsi del successo ottenuto. Cominciò dalla mia città. Un alto ufficiale dei carabinieri si presentò dal preside del locale liceo scientifico, chiedendo, a nome del dottor Facciolla, il permesso allo stesso Facciolla, di tenere, in quella scuola una conferenza sulla LEGALITÀ. Il preside acconsentì e la conferenza ci fu, coronata da scroscianti applausi. Direte, perchè CORIGLIANO ? Ma a CORIGLIANO era riuscito a mettere in galera due “colletti bianchi”, ad inquisire un terzo “colletto bianco”, lo scrivente, e a sottoporre a sequestro giudiziario un laboratorio di sperimentazione e ricerca, svolgente servizio di pubblica utilità. L’avvenimento era talmente tanto gratificante per un PM che pensò bene di condividerne il successo col GIP/GUP Massimo FORCINITI, il magistrato che, nella duplice veste di GIP, prima, e poi di GUP, aveva assecondato la mania manettara di quel PM che, in tre lunghi anni arrecò ad una florida istituzione scientifica di ricerca e sperimentazione danni, a dir poco, irreparabili, se non a prezzo di rinate energie. E Facciolla? Si fece accompagnare dal dottor Forciniti alla conferenza nel liceo scientifico, in cui non mancarono gli scambi di elogi reciproci. Io non so come dovrebbe funzionare in Italia, ma so per certo che nei paesi a tradizione giuridica anglosassone un magistrato inquirente ed un magistrato giudicante, insieme, non possono andare nemmeno al bar, a prendere un caffè. PENA ? LA DECADENZA!
P.S. (2)
Quando, dopo un anno, si chiuse la fase istruttoria con rinvio a giudizio, una “esperta” magistrata della Procura Antimafia di Catanzaro, ordinò il dissequestro del Laboratorio, fermo restando che a me era severamente vietato di svolgere il solito ruolo di Direttore e di Legale rappresentante. Si pensava che il Laboratorio tornasse nella piena disponibilità dei locali, di tutte le attrezzature e di tutti i beni strumentali compresi gli automezzi. Non avevamo fatto i conti con l’insipienza, la leggerezza, l’incapacità e l’inettitudine di quella ineffabile magistrata che, e la cosa è gravissima, ignorava che quando si dissequestrano i beni di una struttura operativa, occorre comunicare al PRA il dissequestro di eventuali automezzi, altrimenti, se messi in circolazione, sono oggetto di grave reato. E, per fortuna, quegli automezzi non furono fermati da agenti della polizia, fino a quando, avvedutici dell’incongruenza di quel parziale dissequestro, non insistemmo con quella ostinata magistrata che, con riluttanza, finalmente, si degnò di comunicare il dissequestro al PRA (Pubblico Registro Automobilistico). Siamo certi che quella magistrata non ha mai subito alcun provvedimento di biasimo o di censura o di deplorazione, ma che dico, nemmeno un buffettino, nemmeno un blando avvertimento di … porre più attenzione.
Ernesto Scura



