
Nel 1981, ricevuta la nomina di commissario di Costruzioni per gli esami di maturità in un Istituto tecnico per geometri, in una scuola italiana all’estero, a Caracas, in Venezuela, mi recai a Roma al ministero degli affari esteri per recepire le disposizioni, le modalità ed il calendario dell’incarico. Lì ebbi occasione di incontrare un collega romano, ingegnere, anche lui commissario a Caracas, incaricato di Topografia, col quale subito familiarizzai.
In previsione del clima tropicale di Caracas, ritenni opportuno acquistare un vestito estivo molto leggero e al negoziante feci la premessa: Mi faccia vedere qualcosa adatto ad un clima molto caldo. Guardi questo, pochi giorni fa ne abbiamo venduto uno ad un signore che si doveva recare in Venezuela. Pareva avermi letto nel pensiero. Non lo feci finire. Dissi che lo prendevo, lo provai e conclusi celermente l’acquisto con grande soddisfazione del negoziante che non mancò di farmi un adeguato sconto. La partenza collettiva era prevista da Milano Malpensa. E lì incontrai il collega di Topografia. Gli altri, data la folla di viaggiatori, non eravamo, lì per lì, in grado di individuarli. L’aereo prese il volo che era già pomeriggio, e sapevamo che il nostro era una gara col tempo, inseguendo il sole. Decidemmo di andare a vedere il film che proiettavano nella sala cinema del gigantesco aereo. Il film era “Il Ladrone” con Enrico Montesano. Io ed il collega non mancammo di predisporre la manopola che indicava la lingua italiana destinata alle cuffie. Ad un certo punto mi accorsi che il collega, vinto dalla stanchezza, si era addormentato ed io gli girai la manopola su “lingua inglese”. Poi gli diedi piccole gomitate fino a farlo svegliare mentre io fingevo di dormire. Tutto sorpreso e allarmato urlò: Ernesto, tu non lo sai, ma la seconda parte del film è in lingua inglese. Finì in una fragorosa risata che rafforzò la nostra amicizia improntata a spirito quasi goliardico. Intanto vista l’abbondanza di tempo a disposizione cominciammo a cercare altri componenti della Commissione che, peraltro, era mista, in quanto la scuola di destinazione era per geometri e ragionieri. Finalmente individuammo il presidente della commissione, un anziano architetto docente nella facoltà di architettura dell’Università di Firenze. Quando lo individuammo, lui è la vicina di posto si guardarono in faccia, scoprendo, a metà viaggio, che erano membri della stessa commissione e, ciò che è più ridicolo, avevano parlato tantissimo, lei specialmente, abile chiacchierina, docente di ragioneria, con ostentata esperienza di voli aerei effettuati con la compagnia “TIDABLIUEI” che lei citava continuamente, e di cui, noi, “ignoranti”, non conoscevamo l’esistenza. Solo dopo un paio di giorni scoprimmo che era la dizione inglese dell’allora famosa TWA. Da allora la chiamammo semplicemente, bonariamente ed ironicamente “tidabliuei”. Il volo durò quasi diciotto ore e, rincorrendo il sole, arrivammo a Caracas che era ancora giorno. All’aeroporto ci aspettava il pullmino della scuola e, all’imbrunire, giungemmo all’albergo. Entrammo subito in confidenza con i venezuelani, e ci adeguammo alla cucina peraltro ricca di specialità a base di pesce, e tanta frutta tropicale. Solo un tipo di banana, “el Platano”, non riuscimmo ad ingerire, perché, se pur gigantesca, è oltremodo insipida, e viene servita fritta. Una vera schifezza. Scoprimmo che in Venezuela, dato il clima tropicale con frequenti piogge, la produzione delle arance “Cara Cara” dura quasi tutto l’anno, e l’aranciata non ha bisogno di conservanti, per cui è venduta fresca, in tetrapak, con breve scadenza, come il latte. È ovvio che cominciammo a consumarne tanta, tenendola nel frigorifero della camera. Ma la pacchia non durò a lungo perché un giorno scoprii che nel frigorifero entravano scarafaggi, giganti, di colore marrone che avrebbero potuto entrare anche nel tetrapak una volta aperto. Per quanto mi sforzassi non sono riuscito a capire da dove entrassero, visto che le guarnizioni dello sportello del frigorifero consentivano una perfetta tenuta. Forse dallo scarico di condensa. Una sera ci apprestavamo ad uscire in gruppo, quando, davanti alla porta dell’albergo, una successione di auto, a grande velocità, fece schizzare contro di noi una bordata d’acqua di una pozzanghera stradale. Unico investito fu il povero docente di lingue. Dovemmo aspettare che andasse su, in camera, a cambiarsi i pantaloni. Siccome ci mise molto, gli chiedemmo il perché. Rispose che, oltre ai pantaloni, aveva dovuto cambiare anche le mutande, previo, beninteso, artificiosi tentativi di lavaggio delle parti intime, data l’assenza di bidet, in Venezuela, come del resto in tutto il mondo. Caracas, città dei grandi contrasti, dai grattacieli alle favelas, vanta una scultura di Arnaldo Pomodoro, Disco Solar, orgogliosamente presente nella piazza antistante la “Torre de la Mercedes”. Ed io, per commisurarmi con quelle dimensioni, mi sono rivolto, in ginocchio, di fronte a quell’’opera maestosa, emulando, ironicamente, l’adorazione del Dio Sole.

A Caracas esistono centri commerciali degni delle più famose metropoli per lo sfarzo e la qualità della merce, ma nel vecchio centro storico è imperante lo squallore residuo di una cultura spagnoleggiante in decadenza. Resta comunque una sequenza di sorprese a cui sei soggetto, come, per esempio, vedere con quanta abilità, nei mercatini, il venditore di cocomeri riesce a ridurli, assestando rapidi colpi di machete, in fette tutte perfettamente uguali usando una sola mano. Il collega interno della commissione d’esami, un architetto siciliano, mi metteva in guardia contro le rapine effettuate oltre che da desperados venezualani, specialmente da immigrati irregolari colombiani, ancora più spregiudicati, capaci di accoltellarti in pieno giorno, anche in mezzo alla folla, per impossessarsi del tuo portafogli. Gli italiani di Caracas sono tra i più benestanti, in gran parte imprenditori edili, costretti a vivere in continua allerta per scongiurare i frequenti pericolosi agguati. Nei tanti grattacieli di Caracas le finestre dei primi due piani e degli ultimi due sono muniti di inferriate antifurto, sì, anche gli ultimi due, per scongiurare la discesa dei ladri che si calano con funi dai terrazzi. Il momento più pericoloso è il rientro a casa, quando si parcheggia la macchina nel garage dello scantinato dove, spesso, è in attesa uno di quei gaglioffi. La gita nel centro turistico di Canaima, nel cuore della foresta amazzonica, ci ha riservato stupende meravigliose sorprese. Nella sala ristorante del centro faceva bella mostra di sé una variopinta pelle di serpente, Anaconda, della lunghezza di almeno 10 metri che decorava come un festone, in alto, le pareti del locale. E non basta. Notavamo in un angolo un enorme ceppo di tronco d’albero, del diametro di almeno un metro e mezzo, incantati dalla sua mole ma, quel che ci spiegò il docente di Estimo, laureato in agraria, ci sorprese ancora di più. Spiegò che era ricavato dal tronco di una pianta tropicale che si chiama ALBERO DEL FERRO. Preso il martello che era stato piazzato sul piano del ceppo, ne colpì violentemente la superficie che vibrando emanò un potente suono metallico. Ma la cosa che non dimenticherò mai fu la volta che il turista spagnolo conosciuto nell’escursione sul Rio Carunì, mentre stavamo mangiando al ristorante, corse allarmato verso di me, col fiato in gola, urlando : “Ernesto ven aquì” e mi condusse all’uscio del Ristorante. Nel bel mezzo del piazzale, in elegante tenuta da turisti, binocolo e macchina fotografica a tracolla, intenti a godersi il paesaggio, due gemelli siamesi, noncuranti della curiosità degli astanti, ostentavano una incomprensibile normalità. Normalità, capite? Normalità. Due esseri legati per l’addome, costretti a guardarsi in faccia per tutta la vita, nel bene e nel male, a dover accettare e condividere, l’un l’altro, gli stessi piaceri e gli stessi dispiaceri. Per non parlare della rinuncia all’intimità dei più elementari bisogni fisiologici. Con sorpresa constatammo come camminavano senza che uno dei due fosse costretto ad andare in retromarcia. Avanzavano nell’unico modo consentito senza darsi più di tanto fastidio, a passo di danza e, volteggiando e rivolteggiando, come al ritmo di un valzer, guadagnavano la meta prefissata. Noi, spettatori di quell’insolito spettacolo, non sapevamo se dar sfogo alla commozione o al riso che suscitava quella scena che c’intristiva e, contemporaneamente, ci stuzzicava a coglierne il lato comico. Erano soltanto nostre sofferte considerazioni. Loro, invece, non soffrivano in alcun modo della loro condizione. Almeno a vedere con quale noncuranza reagivano a tutti gli sguardi di cui erano costantemente oggetto. La foresta amazzonica non finiva di sorprenderci. Uccelli variopinti e bellissimi saltellavano, volavano e cinguettavano ai margini della boscaglia, emettendo meravigliosi suoni, e incantavano per la meravigliosa combinazione di colori di cui solo la natura sa dosare il giusto accostamento. L’insegnante di lettere, appassionato di fotografia, mi gratificò di qualcuna di quelle immagini.

Ultimo sconcertante episodio, quello della scimmietta. A ridosso del centro turistico, il governo venezuelano ha creato un villaggio di moderne capanne sullo stile degli indios, igienicamente attrezzate, destinate a civilizzare i nativi della foresta e di conseguenza sono sorti piccoli negozi a servizio di quella comunità. Il padrone di uno di questi “bazar” era un italiano. Sul piazzaletto antistante una scimmietta, con una lunga catena al collo, saltellava sui rami di un albero. Il padrone del bazar, vedendomi fumare, mi disse di darle una sigaretta, però accesa. Incuriosito, accolsi l’invito e, accesa una sigaretta la porsi alla scimmiettta che con rapidità l’afferrò e cominciò a dare le prime boccate ma, cosa strana, il fumo che emetteva lo afferrava con le mani e prima si disperdesse se lo strofinava addosso con una voluttà tutta umana, fino all’eccitazione. Al termine degli esami di maturità e a conclusione di tutta quell’esaltante avventura venezuelana, con penoso rimpianto, affrontammo il viaggio aereo di ritorno. Durante il volo, più e più volte, chiedemmo alle hostess di servirci la squisita aranciata fino a quando, con disgusto, facemmo notare che il sapore era cambiato in peggio. Ci dispiace, dissero, ma l’aranciata venezuelana è finita, quella che serviamo ora è quella italiana lunga conservazione. E fu un ulteriore rimpianto per il Venezuela ricco di affascinanti contraddizioni.
Ernesto Scura




