
Agli esami di maturità (era la scuola d’altri tempi), nel lontano 1952, fummo in sette a conseguirla, sui diciotto candidati, tutti con una sfilza di sei in tutte le materie.
A rompere la monotonia di quei voti fui io che meritai un unico otto, in educazione fisica. Io stesso ne restai sorpreso e meravigliato il Commissario di educazione fisica, sì, proprio educazione fisica, materia che allora assurgeva agli onori d’esame, era un laureato dell’Accademia fascista della Farnesina, aitante, fisico atletico. Mi fece la paternale, arrivando a dire : “Senti Scura, vedo che sei portato per l’attività sportiva ma occorre che ti avverta che noi atleti (il termine noi, che ci accomunava entrambi, fu per me motivo di un gratificante orgoglio) siamo quelli che col passare degli anni sono condannati ad avvertire il lento e progressivo degrado del proprio corpo. Tu ti sei appena esibito in lodevoli esercizi sulla cavallina, ebbene, per tutta la vita sarai costretto a constatare come, col passare del tempo, giorno dopo giorno, anno dopo anno, certi esercizi non riesci più a farli come prima”. Feci tesoro di quella lezione, per cui non soffrii più di tanto, col passare degli anni, a constatare quel degrado, e per fortuna convivo con le mie inadeguatezze fisiche mitigate dalle altre tante soddisfazioni della tarda età.
Com'ero a 22 anni


(a terra Ciccillo Cosentino, il tabaccaio)
E COME SONO, OGGI, A 92 … NONNO




