di Domenico A. Cassiano

Maria Francesca Solano, sotto l’epigrafata denominazione, ha recentemente dato alle stampe (Porfirio ed., 2025) il suo lavoro di ricognizione e di sistemazione di tutto quel che è rimasto dell’archivio del Collegio italo - greco di S. Adriano in San Demetrio Corone.

S. Adriano ha una storia millenaria: nato come cenobio di monaci italo - greci, fondato da S. Nilo nel 955 nei pressi del preesistente asceterio, dedicato a S. Adriano, fu successivamente modificato nel periodo normanno; acquisì gradualmente, per donazioni e lasciti, un rilevante patrimonio fondiario, esteso per migliaia di ettari, che i monaci non riuscivano più a coltivare da soli e, quindi, furono costretti a ricorrere all’aiuto di contadini, alcune famiglie dei quali si insediarono nei pressi del cenobio, dando, così, origine al villaggio di Sancto Dimitri.

S. Demetrio nasce come insediamento rurale nelle terre e nei pressi del monastero.

Nel corso del ‘400, dopo che l’occupazione musulmana, nel 1460, fu estesa da Maometto II all’intera Grecia, gruppi di famiglie albanofone della Morea, attuale Peloponneso, sbarcarono sulle coste joniche ed un buon numero chiese asilo all’archimandrita ed ai monaci del cenobio che – unico caso in Calabria – li accolsero benevolmente ne fata infelices devorentur dictos Albanenses – è scritto nella “capitolazione” del 3 nov. 1471, redatta nel monastero dal notaio Joannotta Cassianus, fatto appositamente venire da Terranova. Ai profughi fu concesso di seminare, arare, coltivare le terre, fare orti, costruire case, pascolare “sine aliqua contradictione”, dietro la corresponsione di un modico canone da pagarsi annualmente nella festa di S. Adriano (26 agosto).

Quella comunità di contadini, costituitasi intorno al cenobio e dedita pacificamente alla coltivazione dei campi ed all’allevamento degli animali, fu di breve durata perché la badìa niliana fu trasformata, verso la fine del secolo XV, in commenda e governata dalla burocrazia predatoria dell’abate - barone, di solito esoso e prepotente. Fu allora che tra i contadini e l’amministrazione della badìa, diventata un feudo ecclesiastico, non ci fu più pace.

Nel 1794, la badìa fu soppressa dal re di Napoli; tutto il suo patrimonio mobiliare ed immobiliare fu attribuito al Collegio Italo-greco che, dalla primitiva sede di San Benedetto Ullano fu trasferito in San Demetrio, nei locali ex badiali.

E qui incomincia tutt’un’altra storia.

Il Collegio fu un efficace istituto di studi severi, dove si educarono generazioni di giovani calabro - arbresh agli ideali di libertà e dell’illuminismo e riformismo napoletani; guidato da un vescovo liberale uscì indenne dalla sollevazione sanfedista; nel decennio francese, furono pienamente riconosciuti e apprezzati i suoi meriti culturali; durante la Restaurazione fu sede della Carboneria e dei “Figliuoli della Giovane Italia”, ma soprattutto fu, in Calabria, “l’unico centro di vivacità culturale a ridosso del Risorgimento”.

La nostra Autrice organizza opportunamente la documentazione rinvenuta secondo la scansione degli eventi e delle trasformazioni storiche, seguendo il decorso degli avvenimenti fino al 1923, quando la scuola, diventata statale, fu staccata dal convitto attiguo. Si tratta di un lavoro, condotto con consapevolezza critica, basato solo ed esclusivamente sul criterio storico di ricercare ed evidenziare le fonti, da cui partire per comprendere i percorsi storici.

La ricerca della Solano ha il merito di avere disatteso le fantasie dei tanti storici locali che, senza ricercare e analizzare la documentazione sepolta negli archivi, hanno scritto storie romanzate, fondate su miti e leggende, perpetuatisi nel tempo, ingenerando confusione e falsificazione della oggettiva realtà storica, così inventando una storia assai diversa di quella reale.

Assai interessante è la documentazione, relativa all’amministrazione straordinaria di Angelo Scalabrini, ispettore delle scuole italiane all’estero, inviato in S. Adriano ai primi del ‘900, per eseguirvi tutti gli opportuni interventi, comprese la ristrutturazione del preesistente edificio e la ricostruzione di nuovi edifici, al fine di accogliere giovani schipetari per compiere il corso degli studi, ripartito nei vari indirizzi. Il Collegio veniva trasformato in “Istituto Internazionale Italo - albanese”, utile strumento al governo italiano di penetrazione in Albania. Gli intellettuali arbresh di Calabria scrivevano in difesa dell’indipendenza albanese; affermavano che l’Italia e l’Albania erano come due sorelle e non si avvedevano che la politica del governo italiano tendeva a colonizzare o ad esercitare il protettorato sul Paese delle Aquile, in concorrenza con altri Stati europei.

L’uso strumentale del Collegio continuò durante il regime fascista nel silenzio assoluto degli intellettuali calabro - arbresh e del clero. Anzi, quando il fascismo decise l’annessione all’Italia e la distruzione dello Stato albanese, non ci fu alcuno - che si sappia –che ne difese l’indipendenza.

Oltre gli scontati telegrammi di congratulazioni, inviati dai podestà al duce, l’allora vescovo di Lungro, Giovanni Mele, neppure se ne accorse che l’Albania aveva perduto l’indipendenza; si congratulò – anche in nome dei “miei Diocesani italo - albanesi” - con Vittorio Emanuele III, diventato nel frattempo anche re dell’Albania. Non c’era da meravigliarsi: qualche anno prima, lo stesso vescovo aveva esaltato la fondazione dell’effimero impero e lo stesso fascismo, celebrato come apportatore di pace e benessere e di una nuova età dell’oro per il motivo – affermava il vescovo - che “questo periodo di tempo che noi abbiamo la fortuna di vivere costituirà per i posteri una pagina d’oro nella storia d’Italia, forse la pagina più bella e più gloriosa e più feconda di bene”.

Quanto testimoniato dall’archivio di S. Adriano nei registri delle decime, dei censi, degli affitti di terreni, veramente – come scrive la Solano – “lascia comprendere tutta la civiltà”, vale a dire la storia faticosa che si è gradualmente sviluppata nelle terre dell’ex feudo ecclesiastico. In un primo momento con la formazione di piccole comunità agrarie attorno al monastero, che gestiva l’organizzazione economica ed amministrativa. Successivamente, l’arrivo, dopo il 1460, dei profughi greco - albanesi, fuggiti dal Peloponneso (Morea), accolti benevolmente dai monaci, tutti contadini e allevatori, determinò un aumento demografico ed un progresso della produzione agricola. La generale condizione di contadini dei profughi è documentata da Girolamo Marafioti che, ai primi del ‘600, ebbe a constatare che gli albanesi in Calabria erano dediti all’agricoltura ed alla pastorizia e non conoscevano distinzione di classe sociale perché “tutti fanno vita uguale” e “tra loro non si trova huomo nobile”.

Quei profughi, generalmente malvisti dalla popolazione indigena, erano tutti uomini liberi; in Calabria, dovettero subito fare i conti col sistema feudale, declassati a servi della gleba, costituirono un provvidenziale serbatoio di manodopera per i grossi proprietari calabresi e, cioè, per i feudatari ed altri oppressori locali, in difficoltà per la carenza di manodopera per la coltivazione dei terreni.

Ha, dunque, ragione Maria Francesca Solano nel considerare il complesso della documentazione, raccolta e ordinata nell’archivio, come storia o specchio “di un’anima culturale e spirituale”.

Vi si riflettono tutti i principali percorsi storici della comunità locale. Ed è importante conoscere il passato perché passato e presente sono inestricabilmente legati l’uno all’altro.

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