
E POI COME FINIVA? “I CONTADINI ALLA TERRA”

1929 contadini impegnati nella raccolta manuale di patate in un kolkhoz sovietico a seguito della collettivizzazione
Totò, il grande Totò, principe della risata, deridendo il logoro slogan con cui i comunisti illudevano tutti gli ingenui contadini del mondo, nel film Totò Tarzan, esclamava: “La terra ai contadini Le ferrovie ai ferrovieri Il cimitero ai morti” E i comunisti nostrani si guardavano bene dal rivelare ai contadini che ancora ci credevano che nei “paradisi sovietici” la terra era tutta, unicamente, dello Stato e i contadini obbligati a lavorarci erano servi dello Stato. Era la COLLETIVIZZAZIONE, quella che Orwell aveva ironicamente descritto in LA FATTORIA DEGLI ANIMALI: “Gli animali sono tutti uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”, dove, inconfondibilmente, i “più uguali” erano i nuovi padroni costituiti dalla Nomenklatura. Quando in Russia i “Kulaki” (contadini) manifestarono in massa, nella Piazza Rossa, a Mosca, per reclamare il promesso DIRITTO ALLA TERRA, Stalin non esitò a sterminarli dando ordine alla polizia di aprire il fuoco delle mitragliatrici già predisposte sul perimetro della Piazza Rossa che, quella volta, sì, fu rossa… di sangue. Paradossalmente un risultato quei kulaki l’ottennero. Stalin, a quei contadini, bisogna riconoscerlo, la terra la diede. A ciascuno riconobbe il diritto di almeno un po’ di terra: 1.76 metri quadrati corrispondenti alla superficie necessaria per l’inumazione (provate a moltiplicare 2.20 m x 0.80 m. Il risultato è esattamente 1.76 mq, giusto lo spazio necessario per l’Interramento). I comunisti, in Italia, per molti decenni, annunciavano al proletariato: “LA TERRA AI CONTADINI”. Arrivarono addirittura ad indurre, in molte parti d’Italia, poveri contadini a procedere all’occupazione abusiva delle terre e negli scontri con la polizia ci scapparono i morti. Esemplare fu l’episodio di Melissa, in Calabria, in cui i morti tra quegli ingenui illusi, vittime della propaganda comunista che li aveva spinti ad occupare illegalmente le terre private, furono tre, dei quali il PCI fece dei martiri comunisti caduti per la conquista di un pezzo di terra necessario alla sopravvivenza del popolo affamato. E chi erano questi “comunisti”? Ebbene, di comunisti non ce n’era nemmeno uno. Sappiamo con certezza, invece, che il capo di quella rivolta, che morì sotto il fuoco della polizia, era un ventinovenne, Francesco Nigro, reduce di guerra, talmente “comunista” da ricoprire il ruolo di segretario della sezione del MOVIMENTO SOCIALE di Melissa. Il PCI si guardava bene dal mandare a morte suoi iscritti, delegava a morire specialmente avversari scomodi che abilmente spacciava, poi, per militanti comunisti. Esemplare fu il caso delle “Fosse Ardeatine” dove tra gli ostaggi vittime della rappresaglia nazista non vi fu alcun militante comunista del PCI, bensì molti comunisti della fazione concorrente BANDIERA ROSSA, opportunamente selezionati, da mano “amica”, tra i reclusi di Regina Coeli. Ma torniamo ai “SERVI DELLA GLEBA” del Comunismo. In Italia ci vollero molti decenni perchè i lavoratori della terra capissero il trucco della “TERRA AI CONTADINI” per cui il PCI, e poi i suoi epigoni PDS, DS, PD cessarono cautamente di riproporre quello slogan. E se, oggi, uno si azzarda a chiedere ad un qualche lavoratore della terra se vuole la terra, si sentirà rispondere, stizzito: “contadino sarai tu, io ho figli tutti laureati, io”. “SERVI”, è una categoria che rispetto ma non invidio. E quando dico servi non mi riferisco a figure romane di “ancillae” e “famuli”, oppure ottocentesche figure di domestiche ed inservienti, ma a quelli che si mettono al servizio di un’ideologia o di una casta politica, cioè ad un “padrone”, conferendo il cervello all’Ammasso e colorando di rosso ogni loro azione, o scritto elogiativo di uno stucchevole progressivismo di comodo. VIP COMUNISTI SENZ’ARTE, NÈ PARTE
-ENRICO BERLINGUER, non ha mai conseguito la laurea.
-MASSIMO D’ALEMA, non ha mai conseguito la laurea
-VALTER VELTRONI, bocciato ignominiosamente al liceo Torquato Tasso di Roma, ripiegò sulla frequenza di un Istituto Professionale per la Cinematografia in cui l’impegno più gravoso era limitato alla visione di film. E non vi dico la spossatezza, al termine dalla giornata, per quel gravoso impegno.
BERLINGUER
Nobile che discendeva “per li rami’ da una famiglia di marchesi, padroni di latifondi in Sardegna, godeva del privilegio delle ricchezze di famiglia.
GIANCARLO PAJETTA, esponente di primo piano del partito comunista (titolo di studi licenza ginnasiale), come la maggior parte dei dirigenti comunisti, era privo di titoli di studi universitari e odiava tutti i padroni, tutti
i ricchi e tutti i nobili, figuriamoci uno come Berlinguer, che quei requisiti li assommava in pieno, predestinato da Togliatti alla guida del partito comunista. Di lui ebbe a dire, sarcasticamente: “DI NOBILI ORIGINI NATO, S’ISCRISSE, GIOVANISSIMO, ALLA DIREZIONE DEL PARTITO”.
MASSIMO D’ALEMA
è stato segretario della Federazione Giovanile Comunista, segretario del PDS Partito Democratico della Sinistra, poi presidente dei DS, Democratici di Sinistra, poi Capo del Governo Italiano nelle cui funzioni non fece mancare una guerra in cui bombardò la Serbia.
D’ALEMA: scarpe (mocassini) da 1.000 euri, yacht di lusso e persino una casa di ente pubblico in fitto, a prezzo stracciato, nel centro di Roma (che una volta scoppiato lo scandalo a seguito delle rivelazioni del quotidiano “il Giornale” fu indotto precipitosamente a lasciare), viveva (e vive) da PADRONE. Oggi, nel mentre non si fa sfuggire ghiotte occasioni di mediazioni internazionali, si gode i frutti pensionistici di parlamentare per ben sette legislature.
VALTER VELTRONI
Anche lui con casa in fitto, di Ente Pubblico, a Roma, a prezzo stracciato, fu coinvolto in quello scandalo ma, spudoratamente, non abbandonò mai quella casa e, ancora oggi, ne sfrutta la pacchia. Dopo una militanza giovanile nel Partito Comunista, si riciclò nel PDS di cui divenne segretario in nome del quale, o di una delle sue metamorfosi, fu, per ben due volte, sindaco di Roma. Per ben sei volte fu deputato, due volte ministro e, una volta, fu persino vicepresidente del consiglio e direttore de “L’Unità”. Legittimamente può godere dei benefici pensionistici derivanti da ognuno di quegli incarichi, a partire anche dal ruolo svolto nella FGCI e chissà che non anche da quello di venditore di salamelle alle Feste dell’Unità. Questi ineffabili signori hanno sempre svolto lavori in cui non era richiesto alcun titolo di studi, avvalendosi, come uniche credenziali, del privilegio di essere
“più uguali degli altri”. Le loro autoattestazioni di “Chiara Fama”, li hanno sempre, praticamente, esonerati dall’avere un “PADRONE” ma, paradossalmente, l’hanno sempre… FATTA DA PADRONI.
Ernesto Scura

P.S.
Palmiro Togliatti amava circondarsi di collaboratori fedelissimi e, a scanso di future defezioni dovute ad eventuali ripensamenti ideologici o cambi di casacca, per inveterata diffidenza, preferiva, in stile staliniano, chi era privo di titoli di studio che potessero, domani, consentirgli l’abbandono dell’attività politica in seno al partito per svolgere un’attività professionale tale da renderlo indipendente economicamente e quindi libero di sprecare tutto il patrimonio economico e culturale di cui il partito lo aveva gratificato, magari, addirittura, schierandosi in campo avverso. Insomma dovevano tagliare i ponti col passato ed essere legati indissolubilmente al Partito, al quale dovevano riconoscenza per tutta la vita, senza possibili alternative. Del resto i sostanziosi emolumenti parlamentari aiutavano a far loro accettare quel diktat. Oltre agli esponenti sopra menzionati è da ricordare:
-Achille Occhetto: titolo di studi maturità classica
-Luigi Longo: titolo di studi licenza media
-Pietro Secchia: titolo di studi maturità classica
-Celeste Negarville: titolo di studi 5ª elementare
-Giuseppe Di Vittorio: titolo di studi licenza di 3ª elementare



