
di Giacinto De Pasquale
«I nostri collegamenti mentali giungono spesso a unirsi molto in ritardo alcune volte non arrivano mai, si perdono come treni su binari morti, altre volte s’incrociano all’improvviso, conflagrano in un boato». Sono parole dello scrittore e saggista Ferruccio Parazzoli, che possono servire per descrivere, in estrema sintesi, l’ultima, in ordine di tempo, proposta letteraria di Pina Antonucci dal titolo “Nel finito l’infinito”. Il volume è stato presentato ieri sera nella sala riunioni della Parrocchia Maria SS Immacolata di Corigliano Scalo. Una serata particolarmente interessante e gradevole, perché ha dato la possibilità, al pubblico presente, di calarsi, grazie proprio allo scritto autobiografico della Antonucci, in ricordi e percorsi, persone e luoghi; un racconto lieve, ma in grado di racchiudere in sé immutabili domande di senso, attraverso cui Pina Antonucci ripercorre varie tappe della sua vita come fossero tappe di un viaggio interiore, riscoprendo esperienze rimaste sepolte nella memoria e facendole dialogare. Il libro è l’approdo pacificante del senso unitario che unisce passato, presente e futuro, tra finito e infinito, tra terreno e ultraterreno. Ricordi, memorie, esperienze. Tutto ci rende ciò che siamo. Nel finito l’infinito è però soprattutto il dialogo, lieve ma consapevole, della bambina che la Antonucci è stata e della donna che è diventata. In quel dialogo tra lo ieri e l’oggi che dà senso a tante cose, tra la vitalità della giovinezza e la consapevolezza della maturità.

“Ogni essere umano – scrive la Antonucci – vive entro un tempo definito, fatto di anni, mesi, giorni e istanti che non può conoscere. La sua vita ha un inizio e una fine, ma ciò che le dà valore è il modo in cui viene vissuta. Nella mia esperienza – prosegue l’autrice del volume – ho imparato che ogni momento è prezioso ed irripetibile; può diventare luce, come un raggio di sole o buio come una notte senza stelle. Eppure, in entrambi i casi, resta affidato a noi: alla nostra libertà, alla nostra scelta, al nostro sguardo”. E poi il ringraziamento che la Antonucci rivolge a Dio:” A conclusione di queste mie riflessioni sento di dover rivolgere il mio ringraziamento alla vita e a Dio. Riconosco il valore di ciò che mi ha donato: gioia e consolazione, ma anche di ciò che mi ha ferito e fatto soffrire: proprio il dolore, con il tempo, ha contribuito a forgiarmi, a rendermi resiliente, paziente e a farmi maturare interiormente”. È toccato al professore Giulio Iudicissa (storico e scrittore) Presidente dell’Associazione “Corigliano Nostra” (che ha curato la prefazione al volume) illustrare al pubblico presente (tra i quali vi era anche don Alfredo Pisani parroco di Maria SS Immacolata) gli aspetti salienti del saggio di Pina Antonucci. Iudicissa definisce lo scritto dell’Antonucci “un testo decoroso, gentile, nel quale alla dolce tenerezza dei sentimenti più intimi, quelli che solo la poesia può recuperare ed esprimere, si affianca la riflessione rigorosa, che attinge agli studi e all’esperienza e si incarica di interrogarsi, per dare risposta, attraverso la prosa, ad una domanda millenaria, quella dell’uomo di sempre, quella del chi siamo e dove andiamo”. Successivamente l’autrice è intervenuta descrivendo gli aspetti salienti del libro che ha voluto dedicare ai nipoti gemelli, Dario e Diego, spiegandone anche il perché “Affinché possano custodire questi pensieri e conservare un ricordo indelebile della loro nonna, così come io conservo quello della mia”.