
Ieri, venerdì 28 agosto, in occasione della festività di Sant’Agostino vescovo e Dottore della Chiesa, è stata celebrata una Santa Messa presso la Chiesa del Patire alla presenza delle Monache Agostiniane di Rossano, guidate dalla Superiora suor Maria Lucia Solera. La Santa Messa è stata celebrata da mons. Fortunato Morrone, Arcivescovo di Reggio Calabria e Presidente della CEC (Conferenza Episcopale Calabra). Riportiamo integralmente l’omelia tenuta da mons. Morrone.
Agostino ha intuito che nell’unità, cioè nella comunione, la persona viene valorizzata. La persona riceve il suo io perché è dentro un noi che lo genera.
Sono grato al Signore perché in questi giorni venendo qui, ma anche rimanendo qualche ora nel silenzio del monastero, eh ho dovuto riprendere un po’ qualcosa del grande Agostino, qualche passaggio significativo della sua vita, del suo pensare. Ma pensiero e vita in Agostino sono strettamente intrecciati. Il suo pensiero è la sua vita, anche quando questa vita era ancora in ricerca eh della verità, che è il suo cuore pulsante nell’amore. Vedo che c’è nell’icona, una delle rappresentazioni diciamo iconiche, c’è un cuore trafitto e lì ho letto semplicemente la sapienza che ferisce il cuore dell’uomo e della ragione della sua vita. Per cui in Agostino, per esempio, non c’è una separazione, come era accaduto un po’ di tempo fa anche dentro le nostre realtà ecclesiali tra fede e ragione. Non ha senso, ma ad ogni modo, senza entrare in questi campi.

Ecco, il primo spunto che vorrei consegnarvi è questo: l’unità della Chiesa, in realtà, Agostino ha cominciato a viverla in sé stesso. È una persona unificata. Unificata significa che ha Cristo come fondamento e, e su Cristo, intorno a Cristo, tra virgolette, organizza, brutto termine, la sua esistenza, la pensa, la riflette, la vive, la consegna come pastore. Ma questa unificazione, questa unità in sé che trova nel cuore, diciamo nella coscienza, ecco, c’è nel soggetto, un termine importantissimo per la tradizione cristiana e filosofica tra l’altro, trova il coagulo dove Dio, il Padre di Gesù, per noi questo è importante, cari fratelli e sorelle, per noi cristiani. Diciamo Dio, Dio chi? Il Padre di Gesù. Il Padre di Gesù parla. E parla a persone che gli appartengono, che gli appartengono non per il battesimo. Gli appartengono perché tutti coloro che nascono e vengono in questo mondo sono in Cristo pensati, voluti in vista di lui.

E quindi ciascuno di noi, sto parafrasando in modo molto approssimativo il pensiero di Agostino, ciascuno di noi è una parola di Dio. Ti ho chiamato per nome. Avete presente questa espressione bellissima, l’Antico Testamento che dice l’atto creativo di Dio, al di là di tutte le immaginazioni, di tutte le narrazioni anticotestamentarie che sono mitiche anche, mitico significa non una cosa dell’altro mondo. La possibilità di interpretare quello che stiamo vivendo. E da sempre la persona umana, che è siglata fin dall’inizio della sua nascita e del concepimento da Dio, ha questa capacità, questo dono di interpretare, di saper leggere ciò che accade con tutti i limiti della sua creaturalità. Ebbene, Agostino, riesce a cogliere questo aspetto, dico per chi conosce Agostino meglio di me, che abbiamo un patrologo tra l’altro, e quindi anche le sorelle, le monache agostiniane, ma mi pare che questo sia un dato decisivo della vita di Agostino.

Cioè, dentro il suo percorso già nella ricerca, come retore eccetera, la possibilità di essere onorato, di farsi notare, ecco, e lui coglie che c’è qualcosa di profondo nel cuore dell’uomo, lì dove Dio abita. Ma dove abita Dio? Gesù ha distrutto il tempio di Gerusalemme, simbolicamente. Per dire, ma Dio non abita in quattro mura, ragazzi, insomma, Dio abita la tua vita è dentro di te. E io ti cercavo, no? Questa famosa espressione fuori… Quasi come un– si dice sei fuori come un balcone, no? Si dice così. Fuori di me dove? Se no dentro di me. Attenzione che questo non è intimismo. È la capacità intellettuale, ragionevole di cogliere che c’è di più. Tant’è che la nostra vita è in una continua insoddisfazione. Una battuta: sta vita non ci basta, cari fratelli e sorelle. Non ci basta. Tutto quello che riusciamo a conseguire, no? Tutti, a cominciare da me.
C’è sempre qualcosa, anche quando c’è un momento bello che ci fa respirare, no? Non so se riesco a comunicarvi questo pensiero, sì? Ti rimane sempre qualcosa, qualcosa che, che non riesci a decifrare. È Dio. Ti cercavo fuori di me, tu eri dentro. Per cui l’introspezione non è un fatto misticheggiante come tante volte accade anche dentro le nostre comunità, dentro certe visioni, no, no, no. È la capacità di essere leali con sé stessi. Non basta me stesso, perché quando io dico basta a me stesso non sono più in ricerca, sono Dio. E lì ci sono i disastri, come sta accadendo in questo mondo, no? Basta allargare un po’ lo sguardo, ma come accade anche dentro le nostre relazioni affettive, cari fratelli e sorelle. E Agostino ha avuto questa intuizione profondissima, insomma, è un genio, insomma, è tra i più grandi dell’umanità.

Questa percezione che gli è venuta probabilmente, da sua madre Monica. Ieri abbiamo, rivisitato liturgicamente questa grande donna. E Agostino quando parla di sua mamma in alcuni passaggi, anche molto veloci tutto sommato, poi anche l’ultimo momento a Ostia, prima che questa donna si consegnasse a Dio, o meglio fosse abbracciata da Dio per l’ultima volta. Ecco, Agostino ha colto in questa donna un’immagine, l’immagine della Chiesa, dell’unità della Chiesa. Cioè, vediamo se riesco e vado verso la conclusione, quindi chiudo qui. Quando lui è andato a Milano, è andato a Milano perché un certo Simmaco da Roma, un potente di quei tempi, l’ha mandata a Milano per essere come una spina nel fianco di Ambrogio. Era un tentativo di scardinare dal di dentro con un retore di spessore come Agostino, che era già però in ricerca, diciamo la Chiesa milanese.
Proprio in questa Chiesa, più che Ambrogio, un uomo grande, dice Agostino, è stata la comunità cristiana a segnare probabilmente, il cammino o meglio, un passaggio ulteriore nel suo cammino di conversione. Perché? Perché ha visto una comunità che con tutti i suoi limiti era unita. E quella comunità, che lui aveva già letto ma non aveva colto nella sua profondità, è quel sogno di Dio, quel regno di Dio che Gesù ha annunciato in parabole, ma che viene sintetizzato in modo formidabile negli Atti degli Apostoli da Luca. Qual è il sogno di Dio? Che è il sogno poi dei genitori, in fondo, ecco il collegamento con Monica, che cosa desiderano i genitori dai propri figli? Avete la risposta? Che stiano bene. E quando c’è qualche sfuriata, ragazzi, e dai, perdonarsi o no? Ecco. Erano un cuor solo e un’anima sola. E qui c’è un mistero della Trinità, ma lasciamo stare. Un cuor solo e un’anima sola, ma è un ideale che sta davanti perché è da costruire.

Però Agostino ha fiutato questo, ha fiutato quell’unità, cioè ha visto, ha intravisto in questa comunità già, diciamo, aiutata dal grande Ambrogio a crescere, ha intuito che nell’unità, cioè nella comunione, la persona viene valorizzata. La persona riceve il suo io perché è dentro un noi che lo genera. Come Agostino è stato generato in questo mondo da sua mamma e per le lacrime è stato– si è aperto a Dio, Agostino ha capito che il battesimo è l’essere immersi nel destino di Gesù, ma dentro il suo corpo, l’altro tema grande di Agostino, dentro il suo corpo, che Cristo, che siamo ciascuno di noi. Quindi nessuno può dire: io credo, noi lo facciamo tra poco, no? Credo io, se non: che cosa credi tu? Credo quello che la Chiesa, quel noi ecclesiale mi ha consegnato. Che poi, a pensarci bene, non è una cosa dell’altro mondo, è la nostra vita.
Perché se siamo tutti in relazione, questa oggi diciamo relazione, eccetera, ma insomma la sostanza è questa, questa relazione ci costituisce soggetti capaci di pensare e capaci di essere autonomi, non indipendenti da. Capaci cioè di essere sé stessi perché so dire tu, io, tu, meglio, noi. È la grammatica ecclesiale. E quando ci si tira fuori, e Agostino ha battagliato, avete ascoltato un po’ nella sequenza tutta la sua vita, contro chi pensava di essere auto-autodeterminante, autocefalo, no? Della serie: tu non sai chi sono io, sono un arrivato. E qui tutte le eresie della Chiesa nascono da qui. Nascono cioè, l’eresia ma tante altre storie brutte, nascono dal fatto che ciascuno di noi pensa di autodeterminarsi anche nella fede. Il mio Dio, il mio Dio, il mio Gesù, sì, sì, il tuo Gesù, bene. È il Gesù della Chiesa. Perché cari fratelli e sorelle, vado– non so se mi sono perso un po’ in quello, ma vi state ispirando con i vostri volti. Il Vangelo che noi leggiamo Che è Gesù.
Gesù è la bella notizia del Padre per ciascuno di noi. È il Vangelo della Chiesa, perché è la Chiesa che me lo– me l’ha consegnato. E quindi se io voglio leggere il Vangelo, cioè voglio leggere la mia storia, non posso leggerla indipendentemente dai miei genitori. Comunque vada, con tutte le, le fatiche, le difficoltà, le sofferenze, le ferite, le gioie. No, no. La lettura di me come persona, ma come credente, tornando alla Chiesa, non è possibile viverla, avere percezione del cammino personale se non dentro la Chiesa. Perché è la Chiesa che mi ha consegnato il Signore, se volete, il Vangelo. È la Chiesa che m’ha consegnato la fede. Sapete che in questo periodo le Chiese italiane, la Chiesa italiana ha lavorato tanto sul cammino sinodale eccetera. E siamo approdati a che cosa? Gira che ti gira, a questo problema di fondo: la trasmissione della fede.

Che non è una notizia, non è una dottrina, anche se qui si parla di dottrina, cioè non è– non sono formulette, ma è la vita. Sono venuto perché abbiate la vita, avete ascoltato, no? E l’abbiate in abbondanza. Per questo lui si è fatto uomo, uno di noi, per darci vita in abbondanza, quella vita che non riusciamo ad avere da noi stessi, ma la possiamo attingere a piene mani dentro una comunità che mi sostiene e di cui io sono parte. Per cui tra poco noi ci accostiamo all’eucaristia. Ecco, vado verso la conclusione. E Agostino in un sermone, parlando dell’eucaristia e dentro il contesto che io così in modo molto approssimativo ho tentato di comunicarvi, cioè io come il mio credere dentro il credere della Chiesa, quando io confesso il Credo è la fede della Chiesa. I sacramenti sono i sacramenti della fede della Chiesa. Non ci scordiamo mai di questo, almeno noi che frequentiamo. Non è un fatto privato.
Ecco, ma dice: vedi, quando tu ti accosti all’eucaristia e il presbitero ti mostra il pane santo e ti dice: “È il corpo di Cristo”, e tu cosa rispondi? Amen. È così, ci credo. Fai attenzione, tu ricevi quello che sei. Lo sai? Lo sai che tu sei il corpo del Signore? Allora come faccio io ad accostarmi all’eucaristia? Ecco il privatismo della fede. Io e Gesù, Gesù e io, diciamolo nel nostro dialetto dalle nostre parti, dalle mie parti: v’a fa’ sa comunione. Che bello! Con chi fai la comunione? Con Gesù e i fratelli e i presbiteri. Se tu ricevi il Signore, devi ricevere anche suor Lucia che sta sulle scatole, scusa l’espressione, o no? Cari fratelli e sorelle, quello che stiamo celebrando, ecco sull’insegnamento, ma ho preso così qualche spunto, è l’eucaristia. È, è un affare serio, cioè ne va della nostra identità personale come credenti.

Per cui quello che noi viviamo qui, noi celebriamo la salvezza, la vita, la vita in abbondanza, ma che è tale se condivisa. Su questa mensa c’è un pane spezzato e ne avanza 12 canestri pieni, perché qui nessuno deve morire di fame, di affetti, di case, di accoglienza, di misericordia, cioè di quella vita che ci rende e ci fa respirare umanamente come Gesù. Sant’Agostino, e fai il tifo per noi perché anche noi possiamo cogliere, non dico le profondità del mistero, ma vivere quello che celebriamo in questa santa eucaristia. Amen.