
di Michele Minisci
Finalmente, dopo tre anni, per doverosi ma lunghissimi lavori di sistemazione, è stato riaperto il tratto stradale che ricongiunge il mio paesino, Vaccarizzo Albanese, provincia di Cosenza, a 500 metri di altezza, con la statale 106, con la pianura, con i servizi, con gli ospedali, con la ferrovia, con i negozi pieni di tanti beni e servizi, coi supermercati. Insomma con la “civiltà” …In senso molto lato!
In questi 12 km, fatti di curve a gomito, di rettilinei, di sali e scendi, costeggiati da uliveti e aranceti, che abbiamo da pochi giorni iniziato a ripercorrere, ci siamo RIPRESI, finalmente, quei pensieri, quelle riflessioni, quei ricordi, quei sogni che ognuno di noi aveva “depositato”, in questi lunghi tre anni, lungo i tornanti di quel breve tragitto.
Un tragitto che ci portava, si, verso il “paradiso” della “ civiltà”, ma che ci faceva poi ritornare, immancabilmente, verso il nostro piccolo paesino, il nostro piccolo “paradiso”, da dove possiamo ammirare il mare Jonio blu cobalto, la mitica piana di Sibari, dove aleggiano ancora i miti di una fantastica civiltà, da dove possiamo contemplare la maestosità dell’altopiano del Pollino quando in una giornata particolare per l’ incontro tra due venti, il ponente e la tramontana, potevamo sentire, molti anni addietro, quando l’aria era molto più pura, l’eco delle nostre urla in direzione del massiccio montano, che lanciavamo per gioco, e che ci ritornavano “benevolmente” indietro.
Ecco, ancora perché l’Andata…e il Ritorno!
E allora vi voglio raccontare quali sono stati, e lo sono tuttora, i miei pensieri, i miei ricordi, i miei sogni, quando percorrevo e percorro ancora oggi, perché sono ritornato nel mio paesino da circa tre anni, questa “mitica” stradina di appena 12 km, che non è certo paragonabile alla mitica Route 66, che collega New York a Los Angeles, per circa 4.000 km, e che ha coinvolto un’intera generazione di giovani americani che andavano a inseguire un Sogno.
Ma quasi!!!
Il primo ricordo, quando a 10 anni siamo stati per la prima volta al mare, a Schiavonea, e percorsi per la prima volta quei “lunghissimi” 12 km, col pullman di mio padre, socio della ditta SAVA, e arrivati sulla spiaggia ho visto i raggi del sole, sorto da poco tempo, che balenavano sulla superficie del mare come gigantesche spade sprigionando migliaia di piccoli riflessi che somigliavano a tantissime stelline impazzite. Uno spettacolo incredibile e indimenticabile!
Il secondo ricordo, quando il macellaio del paese, Pasquale Librandi, ha macellato il primo vitello per fare le cosiddette “fettine”, per la pizzaiola o semplicemente nel tegamino con aglio e prezzemolo, noi che fino ad allora avevamo mangiato solo carne di maiale e di capra. E ciò è stata per tutti noi una “rivoluzione “alimentare, tant’è che Pasquale ha piantato su un robusto palo con appiccicata la testa del vitello, proprio sull’ultima grande curva a gomito, prima del Camino, denominata Spadafora, come segno di emancipazione e addirittura di “civiltà”. Ed è rimasta lì per circa 3 mesi!
Un altro ricordo molto forte quando in paese si era sparsa la voce che in un ramo della grande quercia, nei pressi sempre della curva Spadafora, avevano trovato un uomo impiccato! Tutto il paese si era naturalmente recato a piedi fino al luogo della tragedia, e quindi anche noi bambini, tutti di 10-11 anni, per essere testimoni diretti di una tragedia prima inimmaginabile nella nostra piccola realtà. Il poveruomo penzolava dal robusto ramo di quercia dondolando leggermente a causa di un leggero vento di ponente. Aveva ancora la coppola in testa. Un ricordo tremendo!
Il mio pensiero era corso subito alle tremende storie del Ku Klux Klan, che avevo letto in qualche libro delle mie sorelle più grandi, ma era improbabile e impossibile che quella truce pratica fosse arrivata fino a noi! Probabilmente una tragedia familiare o una questione di depressione totale. Non si è mai saputo il motivo, ma aveva scioccato molti di noi!
Un altro ricordo si riferisce alle mirabili e poetiche orazioni funebri di don Vincenzo Spolverino quando ad ogni funerale aveva il compito di onorare la figura e la dipartita del defunto presso la grande croce all’inizio del paese, con tutti i familiari e il paese intero, prima di ripartire a piedi per il non vicino cimitero per la tumulazione del caro estinto. Parole sublimi, forti, emblematiche che suscitavano una forte commozione tra tutti i presenti, non solo tra i familiari, che noi bambini non capivamo del tutto…ma che ci facevano uscire lacrime a dirotto!
L’altro ricordo indelebile, riferito a questo tratto di strada, e per me molto drammatico, è quello della morte improvvisa della madre del mio migliore amico d’infanzia, Giovannino Elmo.
Eravamo già grandicelli, avevamo da poco preso la patente, e stavamo giocando a biliardo al bar di Timpuno, quando giunse in paese la notizia che era morta improvvisamente donna Esterina, la mamma di Giovannino.
Caricai come un fulmine il mio carissimo amico sulla sua Seicento e partii come un razzo per la loro casa estiva a Pontelaquani, mentre lui piangeva a dirotto. Per la forte emozione la mia gamba appoggiata al pedale dell’acceleratore iniziò a tremare per un tic nervoso andando su e giù sul pedale, facendo sobbalzare in continuazione la macchina come un cavallo impazzito per tutto il lungo e doloroso tragitto.
Ecco, alcuni miei ricordi depositati negli anni su questa strada.
Già…la strada. Quella striscia di terra fatta a volte di terra battuta a volte di asfalto che ti sollecita, che ti spinge, che ti fa capire che devi andare sempre avanti, e mai girarti indietro.
Infatti, come scrisse una volta in un suo libro il grande romanziere Louis Sepùlveda: solo la strada può dare la speranza agli uomini, come il sonno la concede ai sogni.