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L’11 luglio del 1970, cioè 50 anni fa nel Santuario di San Francesco di Paola qui a Corigliano, don Francesco Agrippino veniva ordinato sacerdote.

A distanza di dieci lustri il nostro caro don Francesco verrà festeggiato, in maniera sobria come piace a lui, questo pomeriggio alle ore 19 nel corso della Santa Messa che sarà celebrata nella “sua” parrocchia, la parrocchia che lui ha fortemente voluto e che con tanti sacrifici è riuscito a realizzare, grazie alla collaborazione di tanti, un complesso parrocchiale che è sotto gli occhi di tutti: la Chiesa dei Santi Nicola e Leone. Personaggio che preferisce dedicarsi a Cristo, alla Madonna, alla Chiesa, rifugge dall’apparire, dal mettersi in mostra. Abbiamo avuto il privilegio di conoscerlo dal 2001 allorquando provvisoriamente la chiesa dei santi martiri coriglianesi aveva trovato dimora in una ex scuola di ballo. Nonostante le evidenti difficoltà logistiche e di spazio, don Francesco ha portato avanti il suo ministero sacerdotale in quei luoghi fino al 22 giugno del 2011 quando finalmente il nuovo complesso, quello attuale, potesse iniziare (se pur non ancora ultimato) ad ospitare le cerimonie religiose. Ricordiamo  ancora quel caldo e asfissiante pomeriggio di fine giugno allorquando l’allora vescovo mons. Marcianò tenne la cerimonia di dedicazione. Due anni più tardi don Francesco lasciò questa parrocchia per essere destinato ad altro servizio nell’ambito della Diocesi e subentrarono i salesiani, coloro che ancora oggi, con dignità, fede, missione e tanta umanità stanno portando avanti l’attività pastorale. Ma alla vigilia dell’appuntamento di questa sera, alle ore 19 vorremmo dedicare qualche breve riflessione sul cammino sacerdotale di don Francesco Agrippino.    Compiere cinquant’anni di Sacerdozio riteniamo sia bello; ché anche il tramonto, come l'autunno, ha la sua bellezza: pacata, matura bellezza, che non ha impeti, né bagliori; ma, pur se non manca di un senso di mestizia, è serena e, se appesantita dalla stanchezza d’una giornata faticosa, è confortata dalla speranza dei frutti. Purché al tramonto succeda l’alba e il chiudersi della giornata preluda ad un altro mattino: se il tramonto non avesse speranza, se fosse soltanto l’inoltrarsi inesorabile nel buio di una notte misteriosa, troppo sconsolato sarebbe. Ma il tramonto del cristiano non è quello di coloro “qui spem non habent”: al di là del mistero della vita che fugge è la certezza della vita eterna: “Credo vitam aeternam”, eterna e piena: “Credo resurrectionem mortuorum”. C'è l'alba di una giornata che non conoscerà sera! E’ vero: il tramonto è l'ora della mercede, ma per chi avrà lavorato portando il “pondus diei et aestus”: è l'ora della corona, ma per chi avrà “legittimamente combattuto”. E il Sacerdote, come don Francesco,  che raggiunge il traguardo delle nozze d'oro crediamo sia sgomentato del cumulo di responsabilità che il ministero gli ha imposto e alle quali, troppe volte e troppo, è rimasta inadeguata la vita ed è mancata forse anche l'interiore generosità dell'impegno... Nubi che offuscano la serenità dell'ora, per le quali imperioso è il bisogno della misericordia divina e del compatimento umano. Qualche tempo fa nel leggere “le riflessioni di un parroco” ci hanno colpito queste parole: “A piè dell'altare perciò ho ripetuto la confessione delle colpe ed ho chiesto l'indulgenza di Dio e la preghiera dei fratelli: “Orate pro me ad Dominum Deum nostrum!”. E tuttavia, pur nella consapevolezza inquietante della propria insufficienza, cinquant’anni di Sacerdozio riempiono di letizia il cuore! C'è stato e c’è qualcosa nel Sacerdozio, qualcosa di talmente bello e grande, di così ricco e benefico che, se appena non fu infranto l'impegno di fedeltà a Cristo e alla Sua Chiesa, pur deplorando il peso umiliante di troppe debolezze e miserie, il canto più ovvio, più naturale, più genuino, più vero, più doveroso, nelle nozze d’oro, resta il canto del ringraziamento”. Crediamo che in queste parole c’è l’essenza della vita sacerdotale che, riteniamo, don Francesco fin qui abbia vissuto in questo modo.  Crediamo, sperando di non sbagliare, che il mistero del Sacerdote, la sua grandezza, la sua forza, la sua fecondità, la sua pace, la sua speranza è la Messa. Si direbbe che un’intuizione felice ha ispirato il linguaggio del nostro popolo a far sinonimi “dir Messa” ed “essere Sacerdote”: in realtà «ogni Sacerdote lo afferma Paolo - è assunto in mezzo alla gente e per la gente costituito appunto per offrire il Sacrificio...»: come Cristo, del resto, - non modello soltanto, ma in realtà unico ed eterno Sacerdote -, il quale dal primo istante della unzione sacerdotale, ancora nel seno materno, iniziò l’offerta di se stesso, unico olocausto gradito alla Maestà del Padre. Nell’augurare a don Francesco lunga vita umana e sacerdotale riportiamo alcune parole di San Paolo sulla Santa Messa che ci offrono la dimensione del suo significato e dell’importanza e che, crediamo, trovino nel nostro festeggiato assenso: “Tutti - benché molti- siamo un Corpo, solo, quanti ci nutriamo dell'unico Pane spezzato...». Il racconto di Luca negli Atti, dove la Comunità, che ancora mostra visibilmente, nell'abbondanza dei carismi, la presenza operante dello Spirito di Pentecoste, mette tutto in comune e serve alla mensa dei poveri... La Messa non termina, non può terminare con l’Ite Missa est deve sfociare nell’agape, nella carità operante, concreta, fattiva, se non proprio nello koinonìa e nella diaconia. Buona e santa vita in Cristo don Francesco Agrippino.

 

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