Non è mai troppo tardi per darsi torto, specie quando dalla scelta, che si riconosce successivamente sbagliata, sono dipesi e dipenderanno ingenti danni alla collettività.

È quanto accaduto con la fusione dei Comuni di Corigliano Calabro e Rossano. Nell'immediato - intendendo per tale il periodo che separa lo scioglimento dei due Comuni dalle elezioni amministrative per la scelta del sindaco e dei consiglieri - si sono realizzati gravissimi disagi sociali e istituzionali. In questo periodo hanno dominato infatti: un pessimo esercizio delle funzioni fondamentali cui il Comune è tenuto; l'inesigibilità dei servizi essenziali; l'incertezza sui conti da consolidare; la corretta determinazione del debito; la mancata circoscrizione del contenzioso; l'assoluta assenza di ogni riferimento istituzionale. Il tutto a causa di una conduzione commissariale completamente avulsa dai bisogni dei cittadini, ai quali non ha garantito alcuna vicinanza, quella che invece gli enti locali sono chiamati ad assicurare alle loro collettività. Nel prossimo futuro, la nuova amministrazione insediata dovrà prioritariamente: - assumere contezza sulla capacità di bilancio, con il verosimile accesso alla procedura di predissesto, attese l'entità dei più attuali rilievi del Magistrato contabile; - rendersi responsabile, se va bene, del mantenimento dell'attuale consistenza del prelievo tributario e delle tariffe dei servizi resi a domanda dell'utenza (tra le quali gli scuolabus e le mense scolastiche) ovvero di doverle incrementare in caso di insufficienza finanziaria; - adoperarsi per realizzare i necessari investimenti, fermi al palo; - programmare il futuro della Città. Un compito, questo, difficile dal momento che la fusione si è perfezionata senza un minimo di consapevolezza, da parte di chi la proponeva e di chi l'ha votata, di ciò che si volesse fare dell'insieme di due Comuni, da sempre riferimenti importanti dell'Alto Jonio cosentino, ridotti ad essere un addendo di una somma istituzionale che è a tutt'oggi evanescente. Il nuovo Comune ha, infatti, sino ad oggi, a fronte della perdita di una consolidata identità, di una storia dei due Comuni fusi, generato delusioni e ripensamenti. Un dato che dimostra l'avventatezza della proposta, intesa nel senso della originaria mancanza degli strumenti dimostrativi della positività dell'iniziativa e l'altrettanta incoscienza nell'approccio al voto referendario. Prova ne sono i disservizi che la collettività ionica registra, l'assenza della contrattualità istituzionale che una così importante realtà dovrebbe naturalmente possedere, le difficoltà finanziarie e di bilancio più che evidenti, la mancanza delle necessarie previsioni del futuro cittadino. In una: l’assenza di uno studio-progetto di fattibilità preventivo al referendum! Un limite da me denunciato da subito tanto da farmi divenire il destinatario di tutti gli attacchi degli allora acritici sostenitori. Gli stessi che oggi tendono, senza alcun ritegno, a tirarsi le martellate sulle dita per l'impegno profuso soprattutto nelle sedi istituzionali locali che si sono rese a suo tempo responsabili formali dell'evento. Quanto accaduto, ma soprattutto le stridenti contraddizioni emerse tra quanto detto e sostenuto allora e quanto riferito oggi da taluni, dimostra i limiti della classe politica e di chi cerca spazi in essa. Prioritariamente di chi vive di spot e di slot, di quelle dove si gioca con le emozioni della società civile, supponendo di potere decidere, senza ritegno, delle sorti della collettività amministrata e rappresentata. A tutti i contraddittori, senza distinzione alcuna, il dovere oggi di chiedere scusa e rintracciare le soluzioni, finanche quelle di portare la pellicola indietro. Al riguardo, a poco servono le pretese al rialzo del contributo statale, di cui si rendono portatori gli stessi che hanno contribuito a generare il guaio, dal momento che il problema non dipende da ciò bensì dall'assenza di quel progetto di città che ancora non c'è. Un peccato capitale che colloca gli improvvisati di ieri nel girone delle responsabili delle rovine delle quali la Calabria è piena zeppa.

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