di Salvatore Martino
La vicenda dei Magi, narrata nei Vangeli, rivela un fascino davvero straordinario, non solo per la singolarità dei personaggi in questione, ma anche per l’atteggiamento, assolutamente sorprendente, che essi tennero nei confronti del Bambino nato nella mangiatoia. Erano uomini ricchi, potenti, dotti, studiosi di astrologia, e andavano alla ricerca della Verità indicata dalle Scritture. Non ebbero alcuna paura per le incognite di un viaggio sicuramente incerto, e guidato, addirittura, da una stella. Non erano neanche preoccupati dalle interferenze pericolose del perfido Erode, e proseguirono con determinazione e puntigliosità quel percorso che li condusse, non in un sontuoso castello e nemmeno in un palazzo del potere ma, in uno dei luoghi più poveri, sporchi e malsani di Betlemme, una cittadina appena segnata nella cartografia dell’epoca.
Lì, essi, una volta giunti, non esitarono ad inchinarsi, a prostrarsi, e a manifestare tutto il loro stupore e il loro incanto dinanzi a quella povera culla, sistemata alla meno peggio, in una fredda mangiatoia. In quella culla i Magi riconobbero e adorarono, proprio in quel bambino, il Figlio di Dio.
La loro è una testimonianza di prodigiosa bellezza e semplicità, che mostra la sincerità di una ricerca non veicolata da interessi o da convenienze. Quel porsi in ginocchio davanti al Bambino non fu solo una prova di umiltà da parte di uomini potenti, ma anche la dimostrazione dell’efficacia dell’uso dell’intelligenza e della saggezza come criterio di lettura degli eventi e della storia.
Giusto quello che l’uomo contemporaneo non riesce a fare, proprio perché pieno di sé, sprezzante nell’uso del potere, presuntuosamente dotto e padrone solo delle sue certezze.
Egli, infatti, fa fatica a leggere i segni presenti nel mondo che gli sta attorno, la cui creazione non è sicuramente opera delle sue mani ma di quel Dio bambino che attende ancora di essere da lui riconosciuto.

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