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di Salvatore Martino
 
Ogni volta che si parla di democrazia e di legalità, bisognerebbe cercare di capire se questi valori abbiano effettivamente cittadinanza nel nostro Paese, o se costituiscano, invece, una finzione da declamare ipocritamente in occasione di anniversari di eventi tragici e drammatici, che hanno insanguinato e sconvolto, per anni, la comunità italiana.
L’interrogativo si pone in termini molto seri, perché non si riesce a capire, ad esempio, come sia possibile che, a distanza di quarant’anni dalla strage della stazione di Bologna, in cui morirono 85 persone, non si conoscano ancora i nomi dei responsabili.
 
 
Ciò vale, anche, per altre stragi come quella di Ustica, di Piazza della Loggia, di Gioia Tauro, e di tanti altri eventi delittuosi, le cui inchieste continuano a vagare nel porto delle nebbie per volontà di chi sa chi. Un primato davvero disonorevole per il nostro Paese, perché celebrare, ogni anno, questi anniversari, lanciare strali e contumelie contro anonimi colpevoli senza aver contezza delle responsabilità, significa, ogni volta, riconoscere pubblicamente l’impotenza delle istituzioni, il fallimento della democrazia, e l’assenza della legalità.
 
 
Tutto questo, in un contesto di riavvio dello Stato dopo la pandemia, non può giovare né onorare un Paese come l’Italia, che si definisce democratico e civile, e che ha di fronte sfide, non certo facili, che hanno bisogno, per essere vinte, di istituzioni salde e affidabili, oltre che del consenso della gente.
 

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