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di Giovan Battista Leonetti

“Diciamolo una volta per tutte che noi siciliani la mafia la vogliamo, ma non perché ci fa paura, perché ci dà sicurezza, perché ci identifica, perché ci piace.

Noi siamo la mafia, e tu Peppino non sei stato altro che un povero illuso, tu sei stato un ingenuo, sei stato un nuddu miscatu cu nenti”. Da bambino, dopo aver visto il film “I cento passi” in cui si racconta la vita di Peppino Impastato, chiesi: “ma a Corigliano la mafia esiste?”. Con qualche difficoltà, ricevetti risposte evasive, con l’intento, forse, di rassicurarmi: “a Corigliano la mafia, sì, esiste ma non come in altri posti”. Non riuscivo del tutto a comprendere in che modo le mafie potessero manifestarsi; credevo che l’unico segno tangibile che un’organizzazione criminale potesse lasciare fosse il sangue. Ecco perché, dunque, la mafia da noi era diversa: a Corigliano, pensavo, non moriva mai nessuno. Insomma, non era proprio come Palermo, dove, a quanto pare, in un certo periodo, ogni giorno veniva ucciso un carabiniere, un magistrato, un innocente. Dopo qualche tempo, crescendo, imparai che il sangue non era l’unico segno tangibile delle organizzazioni criminali, ma l’unico degno di una qualche forma di riprovazione sociale. Imparai che la mafia poteva, così come può, infiltrarsi nelle realtà economiche e istituzionali di una comunità, fino a diventare potere unico e indiscutibile. A noi non è bastato lo scioglimento per infiltrazione mafiosa del Consiglio Comunale dell’allora Comune di Corigliano Calabro a risvegliare le coscienze intorpidite delle persone e della politica. Non sono bastate le esecuzioni “eccellenti” a farci assumere la consapevolezza che a Corigliano la mafia esisteva e che a Corigliano-Rossano, purtroppo, esiste e lotta contro di noi. Tutto, come sempre, si è ridotto al mero chiacchiericcio da salotto, il sostanziarsi discreto del “mi hanno detto”, “ho saputo”, “se vuoi ho anche le foto”; lo spicciolo gossip di quartiere di chi è abituato a convivere con una presenza pesante mascherata da assenza. Ancora una volta, mentre i consiglieri comunali si riuniscono per discutere di questioni importanti quali tributi e bilancio, mentre nelle chiese del centro storico si celebra la quotidiana messa, unico luogo di socialità per le anziane signore, a Corigliano scorre sangue. E ancora una volta, l’ennesima, la riprovazione sociale si è limitata all’ironico diktat del “siamo messi male”, come se tutto questo non appartenesse alle nostre esistenze. È solo l’immagine sbiadita di un mondo lontano da noi, anche quando il rumore sordo degli spari, scambiato ingenuamente per il residuo pirotecnico post capodanno di qualcuno, riesce a farsi udire distintamente anche dalle nostre case. Eppure tutto questo ci appartiene, la mafia rappresenta la sovrastruttura calabrese per eccellenza, il potere costituitosi contro e con lo Stato, contro e con noi. Ognuno di noi. Quante volte, anche con atteggiamento serio, mi è stato detto e forse anche io ho detto, quasi con sardonico orgoglio, che la ‘ndrangheta è una delle prime “imprese” al mondo per volume d’affari. Ripensandoci, il risultato di questo processo apparentemente irreversibile è l’involuzione culturale, l’assuefazione verso ogni forma di violenza che non ci riguarda direttamente. Perché, in fondo, a Corigliano non è mai morto un innocente, “finché si ammazzano tra loro” meglio far finta di niente. E così anche il sangue non suscita alcuna reazione, nessuna riprovazione sociale. L’indifferenza, figlia dell’egoismo imperante, è la nostra soluzione; dopotutto, la mafia è una “montagna di merda” solo nei film, questa invece è la realtà. E nella realtà si preferisce la compresenza, il compromesso, il silenzio. Alla fin fine, ammettiamolo, la mafia piace a molti, non perché ci fa paura, ma perché ci dà sicurezza, perché ci identifica. Ebbene, il contesto appena descritto impone l’obbligo, in capo alla società civile e alla politica, di svegliarsi, iniziando con l’ammettere almeno che a Corigliano-Rossano la mafia esiste, la mafia è viva, la mafia è forte. Anche col rischio di realizzare tristemente che questa società civile e questa politica è minoranza nella nostra città, ma con l’intento di realizzare, parimenti, che lo Stato ci deve proteggere. Lo Stato deve proteggerci, non chiudere le Procure o allontanare gli organi inquirenti dai territori ad alta densità mafiosa. Lo Stato deve garantirci i servizi essenziali, così da impedire a chiunque la malsana tentazione di rivolgersi all’anti-Stato, per ottenere illecitamente quanto illegittimamente viene ogni giorno negato. Lo Stato deve garantirci i diritti che la Costituzione riconosce ai cittadini, diritti riconosciuti al fine di renderci, appunto, cittadini e non sudditi. Ecco perché la legalità deve tornare ad essere il punto preliminare di qualsiasi agenda politica, la priorità della scuola e degli educatori, la priorità di qualsiasi istituzione che, correttamente, pretende l’adempimento dei doveri. Insegniamo ai bambini, e a tutti, che sono, per la loro stessa natura di cittadini, portatori di diritti, non limitandoci a sontuosi proclami, sbiaditi progetti, luccicanti convegni. Dobbiamo ripartire dalle origini, dalle strutture primordiali della società organizzata. Forse prima di sfoggiare grandi piani, grandi infrastrutture, grandi investimenti, sarebbe il caso di pensare ad un “New Legal Deal”: un grande piano rieducativo per le coscienze sopite di un territorio sempre più abbandonato. Ripartiamo dalla lotta verso l’assuefazione incosciente, solo la legalità potrà renderci autenticamente liberi e forti.

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